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Sognando Gorgona

Un'altra Gorgona è possibile (2010)

Forse un'altra Gorgona è possibile. Un'isola che possa uscire dai soliti cliché di scoglio-carcere, dall'imbarbarimento del rapporto con la colonia penale e dagli egoismi e personalismi centenari degli ultimi gorgonesi esistenti. E' l'ora che Gorgona rinasca, con un ripristino di piccole economie, l'apertura di attività tipiche di questi luoghi, di un museo, di qualche ristorantino, l'interessamento del Comune e il Demanio di Livorno per le sue strutture, con nuovi progetti mirati che integrino colonia penale e popolazione. Forse è arrivato il momento di sedersi tutti intorno ad un tavolo per ridare freschezza ad una delle isole più belle dell'Arcipelago Toscano, per ridargli quella dignità perduta. Per farlo serve un'organizzazione pensante e presente che rappresenti colonia penale e popolazione insieme, per decidere cosa sia meglio per la rinascita di quest'isola, per liberarla dalle grinfie di chi la sta saccheggiando da decenni senza che nessuno alzi un dito, che la salvi dall'egoismo dei gorgonesi diventati essi stessi secondini. Noi gorgonesi amanti di Gorgona, e non dei soldi dello Stato e dalle sue risorse, siamo pronti per questa sfida. Lo sono anche gli enti locali e il ministero di Giustizia?

E' tempo di ripristinare i limiti tra il paese e il carcere (11 novembre 2009)

Uno dei motivi della possibile scomparsa del paese dei pescatori dell'isola di Gorgona è stato quello di togliere i limiti tra il paese ed il carcere. Lo fece uno dei pochi direttori della colonia penale di cui i gorgonesi conservano una certa nostalgia: Bonucci. Questa scelta, fatta una trentina di anni fa, è stata la svolta per l'attuale invasione della zona civile da parte del carcere. I limiti andavano dalla zona del sopravvitto fino a giù al molo. Il Comune di Livorno deve far rispristinare questi limiti in modo che ci sia una netta distinzione tra la zona della colonia penale, che praticamente abbraccia la gan parte del'isola, e la zona abitata del paese. Deve, inoltre, pretendere dal ministero di Giustizia l'abbandono delle case all'interno del paese da parte degli agenti della polizia pentenziaria, l'uso limitato del porto e il rispetto della divisione tra zona carcere e zona gorgonesi. Solo così si potrà iniziare a districare una situazione di prepotenza divenuta insostenibile.


il Semaforo abbandonato (aprile 2010)

Le due Gorgone (Emilio Rigatti-Le due città)

Chi ama le parole nelle loro metamorfosi nel corso della storia, nei passaggi o prestiti da una lingua all’altra, nelle loro migrazioni attraverso il mondo, sentirà certamente anche la sottile magia che si sprigiona dai toponimi. Essi alludono di volta in volta alle caratteristiche morfologiche del terreno, fissano a una pietra o a un fiume una parola che fu viva nella preistoria, ricordano un antico proprietario, la lingua morta di un popolo scomparso, una divinità e il suo culto o semplicemente la nostalgia per la patria abbandonata per una terra d’oltremare. Conosciamo tutti il fenomeno dei toponimi europei e dei loro doppi nelle due Americhe: Venezia, Berlino, York, Granada, Gorgonzola, Orleans, Cartagena, Napoli, Siracusa, Itaca, Armenia sono solo alcuni tra essi. La Kabbalah filologica può talora indurre a pensare che ci sia qualcosa di magico o perlomeno d’inconsueto e sorprendente in alcuni di questi sdoppiamenti. Non in quelli chiaramente ascrivibili a flussi migratori – che si illustrano da sé – ma in altri in cui il detto latino nomen est numen sembra la sola giustificazione di affinità toponomastiche ed elettive. È il caso di due isole che si trovano ad occidente di una costa, quasi di fronte alla foce di un fiume, ed entrambe hanno a che vedere con un penitenziario. Sono collocate a una distanza tale l’una dall’altra e sono così piccole che è lecito supporre che i loro pochi abitanti nulla sappiano dell’isola gemella. Una si trova nel Tirreno, l’altra nell’Oceano Pacifico, al largo della Colombia. Tutte e due, sorprendentemente, hanno lo stesso nome: Gorgona. La prima la conosciamo tutti, non fosse altro per la parola poetica di Dante, che l’ha resa celebre per l’eternità lanciando la maledizione con cui si augurava che, assieme a Capraia, ostruisse le foci dell’Arno, annegando così tutti i Pisani. Si trova a 37 chilometri da Livorno, ha una superficie di circa tre chilometri quadrati, un’altezza massima sul mare di 255 metri ed è ricoperta da vegetazione mediterranea. Certamente i lettori di questo giornale sanno che ospita una casa di pena, funzione a cui venne destinata già nel lontano 1869. Tale Istituto basa la rieducazione e la ricostruzione della personalità dei detenuti sul lavoro e sullo sviluppo delle proprie abilità e inclinazioni positive, in un clima di comunità. In questo senso si può forse parlare di un insieme di uomini che costruisce e sperimenta un modello di convivenza che spesso non esiste neppure nelle città senza sbarre. E qui le sbarre, che si assottigliano mano a mano che diminuisce il residuo di pena, un giorno spariranno aprendo la possibilità di un ritorno, che è qualcosa di diverso da un’evasione. Il bel libro fotografico di Enrico Genovesi “Liberi dentro” dice quello che le parole, a volte, riuscirebbero ad esprimere con difficoltà. Il fotografo registra nei gesti dei detenuti, nei loro momenti di vita quotidiana, ma soprattutto negli sguardi, la rassegnazione, la nostalgia, la speranza, la forza in molte delle loro possibili declinazioni. Sguardi simili possiamo coglierli nel bar del nostro paese, in un vagone di seconda classe, per la strada, all’entrata di una fabbrica. Fanno sorgere il sospetto, in chi non ne avesse già la certezza, che quegli uomini, alcuni dei quali sono lì per delitti di sangue, non siano poi così diversi da noi. I confini tra follia e normalità, tra delitto e legalità sono violati molte più volte di quanto testimonino carceri e istituzioni psichiatriche. A volte gli sconfinamenti avvengono in casa: a letto, nel buio, con gli occhi spalancati. O camminando per strada, meditando vendette o atti che mai si compiranno. Tra noi e quell’isola, forse, c’è un ponte invisibile che percorriamo col pensiero più di quanto siamo disposti ad ammettere anche a noi stessi. Sulle origini del nome “Gorgona” si discute ancora, ed è probabile che i partigiani delle varie ipotesi interpretative potranno continuare a fronteggiarsi fino a che la fama di Dante durerà. Il significato di "Gorgona" è sfuggente come la sua iconografia: se la più nota è quella del mostro dai capelli di serpenti, tenuto in mano dal Perseo di Cellini, o che campeggia nello scudo dipinto da Caravaggio, risalendo indietro nel tempo troviamo che i Greci la raffiguravano anche con zanne e orecchie di cinghiale, o con corna e barbetta di capra. Prima di diventare il mostro dalla testa impazzita d’aspidi, era dunque passata attraverso varie metamorfosi. Sennonché alcuni vedono nell’etimologia del nome antico di Gorgona, “Eugilora”, qualcosa del DNA semantico della capra. I Greci erano soliti abbandonare questi animali in isole disabitate del Mediterraneo, per poi servirsene come cibo durante gli scali in navigazione. Quindi il legame Gorgone – Gorgona - Capra riesce a stare in precario equilibrio. Se poi aggiungiamo che il mare attorno all’isola è ricco di fluttuanti gorgonie, un celenterato degli antozoi la cui forma ricorda quella di una testa piena di serpenti, è lecito chiedersi quale sia stata la direzione del transfert semantico: dalla pianta a Medusa - la più celebre delle tre Gorgoni, grazie a testimonial di prestigio come Perseo, Cellini e il Merisi da Caravaggio – o il contrario? E l’isola, poi, com’è entrata in questo campo di gravitazione semantica? L’impossibilità di dare una risposta certa induce ad abbandonare la questione agli specialisti e a dedicarci a un blow up sulla sua gemella colombiana.

Chissà se Rojas Pinillas, dittatore colombiano, al momento di dichiarare la Isla Gorgona carcere di massima sicurezza – nel 1959, novanta anni esatti dalla destinazione della Gorgona italica ad analoga funzione - sapeva dell’esistenza della sua omonima oltre l’Oceano. Sappiamo invece con certezza che Almagro e Pizarro, quando nel 1527 sbarcarono sull’isola, la cui foltissima vegetazione equatoriale era l’ambiente ideale per diciotto specie di serpenti, alcuni dei quali micidiali, la battezzarono con due nomi: “El Infierno” e “Gorgona”, e dei due sopravvisse il secondo. Petroglifi attestano che era abitata fin dal XIII secolo a.C. L’isola, larga tre chilometri e lunga nove, con cinquantamila ettari di foresta lussureggiante e un picco di 330 metri, è un po’ più grande della gemella mediterranea. Conta venticinque sorgenti di acqua dolce e perciò fu scelta come base dagli Spagnoli, che si apprestavano a compiere uno dei più efferati stermini etnici della storia. Esso ebbe inizio a Cajamarca col massacro della corte dell’Inca Atahualpa, al grido di “San Giacomo! San Giacomo!”, cui seguì poco dopo l’eliminazione fisica dell’imperatore del Tiauantinsuyo, cui Pizarro aveva promesso sull’onore salva la vita in cambio d’oro e argento. Insomma: Gorgona fu in un certo senso l’anticamera di un altro inferno. L’ambigua e opposta connotazione di Inferno e Paradiso l’ha da sempre caratterizzata, e a testimonianza di ciò esistono descrizioni contrastanti: paradiso di natura incontaminata, circondato da acque così limpide da poter scorgere il fondo “a mil metros” (sic!), con tanto pesce che basta entrare in acqua con una pila, di notte, per essere circondati da milioni di pesci prelibati, le sierras: un singolare scenario evangelico tradotto nel suggestivo linguaggio colombiano del Realismo Magico. Oppure paradiso di una biodiversità esagerata, costituita da scimmie, rettili, anfibi, uccelli, roditori e ogni sorta d’insetti. Ma anche inferno in terra per i detenuti “rieducati” a bastonate e torture, non ultima quella psicologica di poter scorgere il profilo della terra e della libertà, da lì irraggiungibile grazie alla sorveglianza di migliaia di guardie carcerarie: i pescecani. Non è facile, dall’Italia, trovare testimonianze sulla vita alla Gorgona negli anni in cui fu carcere. Eh, sì, perché nel 1983 i Colombiani si resero conto che quell’isola era un tesoro sotto ogni punto di vista: naturalistico ma anche turistico, cosicché la trasformarono in Parco Nazionale, spedendo i detenuti in altri paradisi, come la colonia penale di Araracuara, di cui mi toccherà parlare, seppur brevemente, più sotto. Da allora scienziati e sommozzatori vacanzieri la visitano – ahimè – sempre più numerosi. L’“ahimè” deprecatorio è rivolto soprattutto ai secondi, il cui numero crescente costituisce la giustificazione quasi giusnaturalistica per aumentare le quote di ingressi possibili per anno. Esattamente come succede alle Galapagos. O nel parco naturale della Sierra Nevada, il Tayrona, le cui spiagge – un tempo deserte –, disseminate di enormi uova metafisiche di granito, sono invase settimanalmente da un esercito di weekendisti selvaggi, muniti di stereo portatili, aguardiente, lattine e bottiglie con cui insozzano le pendici selvose della montagna, precipitanti in mare dagli oltre cinquemila metri dei “picos” Bolivar e Colón. L’attuale presidente colombiano Uribe aveva parlato, nel corso della campagna elettorale, di riaprire il penitenziario della Gorgona, dato che la corruzione all’interno del sistema carcerario - complice delle molte evasioni - è tale da risultare un problema quasi insolubile. E i pescecani non si fanno corrompere. Le fughe sono all’ordine del giorno – in Colombia ci si ricorda ancora quella del ’97, a Popayan, quando scapparono ben 365 detenuti! – e solo l’anno scorso sono stati individuati ben 53 tunnel pronti all’uso. Jaime Alberto Quintero non si sa se sia vivo o morto. Ho incontrato questo personaggio grazie a un’esplorazione nel Web, cercando notizie sul penitenziario. La sua figura, senza connotati somatici, emerge da una lunga intervista datata 1997, concessa agli studenti dell’Università di Antioquia e corredata da un indirizzo hotmail: Jaguar18. Leggendo il testo mi sono reso conto che Jaguar alias El Alacrán (lo scorpione) era proprio lui, Jaime Alberto, reo confesso di una quantità di omicidi per i quali – questo almeno manifestano le sue parole - mostra ancora orgoglio e soddisfazione. Gli ho scritto, ma l’indirizzo risultava decaduto, probabilmente per mancanza d’uso. Jaime Alberto, che all’epoca dell’intervista era un barbone, non lo ha usato perché certamente non aveva il computer, e c’è da credere che non lo lasciassero entrare negli Internet caffè. Ma il suo lungo monologo, probabilmente da prendere con le pinze perché molto autogiustificatorio e mitizzato, permette di gettare uno sguardo in quei penitenziari avvolti da situazioni naturali così esuberanti, primordiali, da risultare più sicuri di qualsiasi cubo di cemento, con sbarre e vetri antipallottole. L’internamento di Jaime alla Gorgona fu il riconoscimento ufficiale per una fuga leggendaria dalla sicurissima colonia penale di Araracuara, sprofondata in una selva così selvaggia da garantire una sicurezza quasi totale, un Maelstrom verde in cui chi si perdeva diventava lo spettatore allucinato del proprio affondare, fino al momento in cui la natura lo inghiottiva per sempre, trasformandolo in humus.


Lì i detenuti meno pericolosi venivano fatti lavorare senza catene, mentre gli altri erano concentrati in un campo speciale. Gli omosessuali (maricones) avevano la loro colonia protetta, mentre in un’altra venivano confinati i ladrones finos, quelli che rubavano con manualità e intelligenza. Grazie alla corruzione che regnava colà, ogni tanto giungevano in volo delle prostitute che distribuivano favori e sifilide a tutto il campo, raschiando i risparmi racimolati dai detenuti. Jaime ricorda le interminabili file di uomini sotto il sole cocente, davanti alla capanna che la Bomba, la Pielroja e la Culosinalma - sono i soprannomi di tre di loro - avevano destinato a bordello silvestre. La descrizione è così vivida, pur nella sua rozzezza, che non ho potuto non ricordarmi del libro “La candida Erendira”, di Gabriel Garcia Marquez. Fatto sta che nel corso di un’ispezione della Croce Rossa Jaime riuscì a nascondersi nel carrello dell’aereo e giunse in volo all’aeroporto Eldorado di Bogotà, dove lo aspettavano decine di agenti avvisati della sua fuga e un medico, che dovette faticare per riuscire a staccarlo dai tubi, dato che il gelo lo aveva trasformato in una statua. Dopo un periodo alla Picota – il carcere di massima sicurezza della capitale colombiana, dove si costruì fama di duro anche grazie alla tentata fuga - fu trasferito a Gorgona. Gorgona ospitava sia dei detenuti comuni di alta pericolosità, sia dei “politici”. L’atmosfera era rovente e le vendette erano all’ordine del giorno. I guardiani mantenevano la disciplina con il bastone, le torture e nei casi gravi anche con le armi. La pessima reputazione di cui godeva El Jaguar faceva sì che spesso venisse punito per reati commessi da altri. Ma quello per cui si guadagnò il botellon (il bottiglione) – un progetto d’evasione con ecatombe di guardie e direttore – doveva essere qualcosa di più che una soffiata inventata ad arte da qualche carcerato a lui ostile, perché egli non tenta neppure di negarlo. Il botellon era una buco nella sabbia di vari metri di profondità dove veniva calato il condannato, che non poteva accucciarsi. Lì restava vari giorni in piedi, con una razione di sopravvivenza, calpestando i propri escrementi. Jaime Quintero “Jaguar”, dopo quindici giorni, piangeva come un bimbo e da quel momento cercò di comportarsi bene, tanto che venne destinato alla lavanderia. Solo una volta spedì al creatore un detenuto che voleva fare il furbo con lui, ma l’ucciso non lo sopportava neppure il direttore, che si felicitò con El Jaguar e non gli mise la marachella sul suo conto personale. Jaime Alberto uscì dal carcere nell’83 e da allora – almeno fino al 1997 – ha condotto una vita da barbone. La sua è l’unica testimonianza che sono riuscito ad avere sulla vita all’interno del penitenziario, che attende ancora che qualche ricercatore provi a ricostruirne la storia. Basta digitare su “Google” il nome di “Isla Gorgona”, seduti sulla sedia anatomica del computer, per poter prenotare on line una vacanza sull’isola, che fino ad oggi offre un’ospitalità spartana che funziona un po’ da deterrente all’invasione turistica. Niente discoteche, niente ristoranti famosi, niente birra o aguardiente, perché il morso di un serpente è più letale in presenza di alcool nel sangue. L’Inderena, l’ente che gestisce i parchi naturali, ha il suo bel da fare per mantenere questo paradiso nelle migliori condizioni. I pescatori di Buenaventura accedono ai suoi fondali, devastandoli, sotto gli sguardi complici dei guardacoste; gatti, cani e topi, introdotti dall’uomo, rischiano di alterare delicati equilibri; il bosco secondario ha prosperato a scapito di quello primario; il mare, nei pressi della pista di atterraggio del piccolo aeroporto, è permanentemente torbido, perché la pioggia dilava la terra messa a nudo dal disboscamento. Nonostante ciò ogni anno qui ha luogo un appuntamento scritto nell’agenda genetica di una delle specie animali più affascinanti e cariche di valenze simboliche che nuotino negli oceani. Centinaia di balene convengono in queste acque per partorire la loro prole, e i loro pennacchi di vapore si vedono un po’ dovunque. Nella notte, il loro canto si spande nell’aria tropicale satura di odori di fiori e di sottobosco marcescente. Chi ha assistito all’evento mi ha raccontato che per qualche ora si ha l’impressione di essere in un mondo dove l’uomo non è ancora comparso. O dove l’uomo è un microrganismo, in grado però di far collassare architetture ed equilibri naturali arditi, imponenti, di far ammalare di scabbia interi continenti. Sono pochi coloro che si sottopongono a ore e ore di permanenza in mare, di giorno e di notte, su barchette agitate dal Pacifico inquieto, solo per sentire da vicino il canto dei cetacei. Tornano a casa pieni di umidità, di mal di mare, con le ossa ammaccate, ma con la preda ambita: il ricordo di un suono che, dicono, non si scorderà più finché si è vivi. Gli uomini ogni tanto s’inventano dei gemellaggi tra due località. Io ho assistito alla nascita di più di uno di essi, e devo dire che spesso il caso gioca un ruolo determinante: l’amicizia personale tra due amministratori, due cori che s’incontrano ad una manifestazione, la parentela dei rispettivi genius loci, protettori del vino, o del grano, o di un altro prodotto tipico. Nel nostro bizzarro caso abbiamo affinità, ma anche grandi diversità. Ma due cose balzano agli occhi: il nome e il penitenziario, anche se nella Gorgona colombiana esso non esiste più. Si può immaginare un gemellaggio di soli nomi? Il nome “Isla Gorgona” realizzato in pietra nella omonima isola nostrana e spedito – a sorpresa – all’altra nel Pacifico? O portato laggiù da degli ex detenuti? O, semplicemente, una cartolina spedita al direttore del parco naturale colombiano, firmata dagli attuali abitanti della Gorgona toscana? O, infine, un gemellaggio solo mentale, personale, calviniano: in mano ho “Le Due Città” e il libro fotografico di Genovesi, e nella mia testa esistono le due Gorgone, che non ho mai visitato. Da qualche parte, sulla terra, ci sono anche due isole con questo nome. Isole vere, di pietre e alberi, così distanti e diverse tra loro che forse l’unico gemellaggio ragionevolmente possibile è quello di scaricare dal Web due foto, guardarle per un po’ sulla stessa schermata e poi, alzando un calice di vino, augurare che quello che c’è di buono nell’una e nell’altra duri a lungo, che si spanda in silenzio per il mondo…".l

 
qui una volta c'era una fontana dove i gorgonesi lavavano i panni e dove sgorgava acqua dalle sorgenti provenienti dalle Alpi Apuane (settembre 2009)

I nuovi maleducati

1. Chi parcheggia la moto di servizio sulle scalette interne del paese e parcheggia l'auto di servizio sulla piazza centrale del paese;

2. Chi gioca a calcetto sul campo al centro del paese dopo le 22;

3. Chi lascia le reti e altri utensili sul moletto impedondone il passaggio, la pulizia e la fruizione in nome del recupero dei detenuti;

4. Chi ruba il pesce con la complicità dei detenuti della pescheria pur avendo una divisa indosso, facendola in barba agli altri colleghi e a chi il pesce non lo mangerà o dovrà pagarlo;

5. Chi inizia i lavori al centro del paese alle 7 del mattino;

6. Chi getta mozziconi di sigarette accese dentro ai giardini dei gorgonesi;

7. Chi lascia le case disabitate del paese all'incuria e al degrado e poi le fa occupare dai suoi familiare per le vacanze;

8. Chi uccide i gatti periodicamente nel paese;

9. Chi entra in competizione con dei bambini che pescano;

10. Chi viene solo a villeggiare rubando gli spazi ai gorgonesi;

11. Chi lascia le case e i magazzini in mano alla colonia penale, che poi ne fa scempio;

12. Chi viene a farsi la vacanza senza curarsi del benessere e della sopravvivenza del paese e dell'isola;

13. Chi approfitta del suo ruolo di lavoratore per la manutenzione per accapararsi macchine e beni per la propria famiglia;

14. Chi invade tutti gli spazi del paese pur essendone ospite;

15. Chi invita anche trenta persone alla volta per le vacanze senza che nessun comandante abbia da ridire;

16. Chi aggredisce i bambini al molo la sera, mentre si divertono sotto le stelle, arrivando ubriaco e pretendendo che liberino la marina;

15. Chi, pur essendo gorgonese, si vende per un piatto di ricotta e due pomodori;

16. Chi calunnia per trarne beneficio per se e la sua famiglia;

17. Chi usa il suo ruolo per i propri interessi, facendo credere di fare gli interessi di Gorgona;

18. Chi insozza il cimitero dei gorgonesi;

19. Chi fa i propri bisogni dietro al moletto;

20. Chi usa le barche come il proprio letto;

21. Chi calunnia i gorgonesi inficiando anche il loro lavoro sull'isola;

22. Improvvisate compagne di alcuni agenti della polizia peniteniaria che, passando da un letto all'altro, si permettono di dare giudizi sui gorgonesi senza conoscere nemmeno di cosa stanno parlando;

23. Calunniatori di professione che, con lettere anonime e complicità di comandanti interessati, tentano di far perdere il posto di lavoro agli abitanti dell'isola;

24. Le famiglie gorgonesi che per i loro interessi hanno svenduto il loro paese e barattato le loro origini;

25. Chi lava le macchine di servizio al moletto incurante dell'ambiente;

26. Chi organizza gite presentando Gorgona e i gorgonesi come estinti;

27. Chi, gorgonese, con il suo comportamento, non si accorge di star aiutando a morire il paese di Gorgona;

28. Chi, responsabile dei controlli sull'isola, fa invece a suo piacimento pesca subacquea ed altre attività vietate dal regolamento del Parco e del carcere, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno abbia da ridire;

Lettera di un ex detenuto: "A Gorgona stavo bene" (giugno 2010)

"Negli anni 60/70 ero presente nella colonia penale, guidata dal direttore Panza e il maresciallo Papale, E' un paradiso autentico. Nell'ambito delle stagioni si respira la storia dell'isola, i venti forti le portano il mondo intero, il sole illumina ,riscalda, il porticciolo mentre nella parte superiore la vegetazione è un autentico polmone e gli alberi che ombreggiano con le fronde e parlano... . E' necessario fare interventi mirati per salvare l'isola come patrimonio storicoculturale-ambientale (il suo valore è inestimabile). Sono testimone e quanto ho detto l'ho vissuto in prima persona e, nonostante fossi in stato detentivo, ci tornerei volentieri, anche con le manette!".

"Vi seguo dalla Liguria" (settembre 2010)

"Non so chi tu sia, in persona, o chi siate, se siete il comitato per la Gorgona, ma sono rimasto colpito da quanto scritto nell'apertura del vostro sito, a proposito della salvezza dell'isola. Grazie. Mi chiamo Mario Dentone e vivo a Moneglia, paese di mare sulla riviera ligure di Levante, vengo da famiglia di naviganti e pescatori per cui potete immagina voi, Capraia, Corsica, Elba, cosa rappresentiate nei racconti dei miei nonni pescatori, dei leudi che caricavano vino e formaggi e che io bambino guardavo all'orizzonte... . Sono scrittore, ho appena pubblicato con Mursia editore un nuovo romanzo ambientato proprio fra pescatori dell'800, fra pirati e predoni proprio nel triangolo dell'isola con la mia Liguria, e voi per me rappresentate la vista di quasi ogni mattino. Infatti vado a correre, prima di chiudermi nello studio, e salgo fino al passo del Bracco, e nelle mattine di tramontana, limpide, all'orizzonte vedo un dorso di balena bellissimo che sembra emergere dal mare, ed è proprio la Gorgona, splendida là, nel mio orizzonte, come un appuntamento. Non so cosa potrò fare, per adesso posso darvi il mio sentimento e nel mio piccolo parlerò, nelle mie conferenze, nei miei racconti, e vedrò di dare il mio minimo ma sentito sostegno, fosse anche solo spirituale. Non mollate mai... Io sono uno studioso di Luigi Tenco, il cantautore e poeta che si suicidò a Sanremo per protestare contro un mondo cinico, senza sentimenti. Ho scritto testi teatrali e saggi su di lui, ho tenuto lezioni all'università, e sapete che una sua canzone "In qualche parte del mondo" sembra scritta per voi... che diceva sempre di essere alla ricerca della sua... isola che non c'era".
Ciao,
mari

 Lettera di un ex carcerato: "Nella colonia penale ne ho viste di tutte i colori, ma quell'isola io la amo ancora" (luglio 2010)

"Salve, condivido in pieno tutto quello che lei scrive, io sono 1 ex detenuto e assistivo allo scempio che si perpetrava ogni giorno ai danni dell'isola, ne ho viste di tutti i colori, le posso assicurare con assoluta certezza che noi detenuti avevamo più interesse nella cura dell'isola a confronto di agenti e tutto il resto della "banda". Parlavamo tra noi e non ci davamo una spiegazione perché agivano in quel modo. Io ho avuto la certezza che quelli da rinserire nella società erano loro, solamente qualcuno si salvava. Una volta io ed un altro mio compagno ci siamo offerti volontari per pulire il cimitero....... che fatica prima che esaudivano la nostra richiesta, abbiamo insistito tanto e alla fine hanno ceduto... che tristezza..... per il lavoro che svolgevo ho avuto la fortuna di girare l'intera isola che spettacolo... . Io credo di conoscerla: lo deduco dalle foto dei suoi bimbi; tante volte ci ho parlato, avrei il piacere di scambiare delle opininioni con lei e magari svelargli l'altra parte dell' isola, le sembrera' strano ma io mi sn innamorato di gorgona e resterà sempre nel mio cuore, quando guardo le foto mi viene la pelle d'oca".

Lettera di un ex gorgonese: "Che fine sta facendo il paese" (9 giugno 2010)

"Oggi, con una di quelle gite organizzate ho portato mio figlio di 4 anni a vedere dove suo nonno è nato..eh si..lui è un Citti, come il suo papa'! Abbiamo conosciuto Luisa,la zia di mio suocero, una delle poche abitanti stabili in paese, e dalla finestra di casa sua sentivo solo il verso dei gabbiani e il rumore del mare..pensavo al perche' il nonno di mio figlio con la sua famiglia se ne ando' da quel posto stupendo..dopo essere arrivata su questo sito ho capito che sono stati tra quelli a cui non e' interessato, e suppongo tuttora, il destino di un'isola così bella ma così malandata..Oggi mio figlio Leonardo vedendo che alcuni agenti lavavano l'auto, incuranti del fatto che l'acqua schiumosa finisse direttamente in mare ha incominciato a ripetermi che così avrebbero inquinato e io non ho potuto far altro che concordare con lui, e cominciare a comprendere l'agghiacciante logica di chi abita Gorgona forzatamente e a cui, magari,l'isola non piace neanche..E' stata una gita meravigliosa, anche se siamo rimasti solo in paese e non abbiamo seguito la scolaresca nel loro percorso, pero', mi ha lasciato dell'amaro in bocca..Ci sono parecchie cose e situazioni che non ho capito e che in parte mi sono state chiarite da questo sito..il paese e' stupendo anche se lasciato in parte in stato di abbandono..ho compreso la parte del demanio, ma non del tutto, ma soprattutto non ho capito il sostentamento dei residenti (quelli veri) da dove proviene.Ovvero, che lavoro si fa in Gorgona?Come si fa ad ottenere una casa?e cosa posso fare io, che a 35 anni ho messo piede per la prima volta su un'isola che ho sempre visto in sogno avvicinarsi a Livorno e che, invece, sembra allontanarsene?In cosa posso essere utile da qui, per non permettere che quel paesello non venga abbandonato, ma che al contario possa essere ripopolato, valorizzato, magari con un ristorantino e qualche piccola altra attivita' economica che esuli dallo spaccio della polizia penitenziaria?Mi metto in contatto con voi perche' vorrei mettermi a vostra disposizione,anche se non abito la', forse per mio figlio, forse perche' non lo hanno fatto i "Citti" che conosco, forse per il suo bisnonno Emilio che sull'isola riposera' per sempre, o forse, perche' semplicemente mi sono innamorata di Gorgona".


gite alla gorgonese (estate 2010) 

Parco, Ente Inutile. (Paolo Loffredo, maggio 2010)

"Gentile Presidenza del Consiglio, mi chiamo Paolo Loffredo, sono un piccolo imprenditore della provincia di Grosseto e più precisamente di Monte Argentario, non so se Lei leggerà mai questa mia lettera ma sento la necessità di scrivere tutta l'amarezza che ho dentro e lo farò alla mia maniera con molti errori e senza paroloni. Come ho detto sono un piccolo imprenditore della costa maremmana, ho una piccola azienda armatoriale con due navi che fanno servizio nelle Isole del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, lavoro che si svolge prevalentemente nel periodo estivo; la mia piccola azienda occupa circa 30 persone di cui almeno 8 tutto l'anno e il resto nella stagione buona, da marzo a ottobre (circa 8 mesi). Premetto che non scrivo per chiedere favori o per esprimermi sul Suo operato, scrivo perché da imprenditore oltre che da presidente lei può capire meglio di chiunque altro e non ne farò una vicenda politica (anche se di quello si tratta), parlo invece dell'ottusa stupidità di alcuni personaggi che in momenti come questi sarebbe bene si trovassero altrove a fare danni. Lei sa benissimo cosa si intende per rischio di impresa, cosa sono tutte quelle riflessioni che un azienda deve fare e decisioni che si devono prendere affinché il proprio operato risulti vincente senza che questo rischio possa dipendere invece da altre persone. Cercherò di spiegarmi meglio. Il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, come noto, è costituito da sette Isole amministrate dall'omonimo Ente Parco nella persona del suo presidente Dott. Mario Tozzi. Il dott. Tozzi nel suo operare ha messo le nostre aziende in una situazione di crisi reale, voglio credere per mera stupidità e non perché mosso da altri, chissà quali, interessi. Mi permetta di presentarle in breve il quadro della situazione:

  1. Isola di Gorgona , tuttora sede del carcere, è concesso visitarla in giorni stabiliti e in limitato numero di persone.

  2. Sull'Isola di Capraia sono stati istituiti dei vincoli ma nulla è stato fatto per la valorizzazione dei luoghi con il risultato che negli ultimi anni, secondo le associazioni di categoria, l'afflusso turistico è diminuito di oltre il 30%.

  3. L'Isola d'Elba è la sede dell'Ente Parco, lì nulla è stato cambiato.

  4. Isola di Pianosa: dismesso il carcere; regimentato in malo modo l'accesso turistico con un limite di 250 persone giornaliere e modalità d'acquisto del coupon d'ingresso al limite della realtà; strutture esistenti che vengono lasciate andare in rovina; le zecche che la fanno da padrone. Nel più rigoroso rispetto dell'ambiente, strutture e territorio si presterebbero agevolmente a migliorie e diverrebbero facilmente occasione di nuovi sbocchi occupazionali ma, il solo pensiero è pura eresia.

  5. L'Isola di Montecristo, qualunque cosa se ne pensi, è regolamentata per legge, un massimo di 1000 visitatori l'anno e in gruppi non superiori a 50 persone, vietato toccare, vietato asportare, vietato sdraiarsi sulla spiaggia a prendere il sole, vietato bagnare il dito mignolo nel mare. Mi fermo ma se dovesse occorrere della documentazione fotografica di ciò che realmente accade, è disponibile.

  6. All'Isola del Giglio, l'Amministrazione Comunale di concerto con la direzione dell'Ente Parco ha tentato di trasformare l'isola in Area Marina Protetta etc. con vincoli che andavano ben oltre la tutela ambientale, prima che il progetto andasse in porto si è andati alle elezioni e i cittadini hanno regalato all'amministrazione uscente meno del 30% dei voti mentre il PDL ha realizzato una vittoria strepitosa grazie alla frase "no alla stupidità....no ai divieti assoluti"

  7. Del tutto particolare la gestione dell'Isola di Giannutri; a terra è per buona parte parco, a mare ci sono due corridoi di accesso all'isola ed il resto è zona 1 (divieto di navigazione, balneazione, pesca...tutto); una villa romana chiusa da tempo immemore per “lavori in corso”; di libera fruizione è rimasta la parte centrale dell'isola dove insiste un agglomerato di case/appartamenti cui sono associati 15 residenti (solo 4 reali) e il resto proprietari/affittuari; non esiste un sistema idrico ma un progetto per un dissalatore; non esiste un sistema fognario se non gli scarichi a mare; e i rifiuti?

L'Ente Parco è intervenuto a regolamentare la vita sull'isola concedendo a residenti e proprietari/affittuari libertà di movimento, di pesca, etc. (di fatto senza alcun controllo) e concedendo ai turisti il solo corridoio che unisce i due accessi dal mare. Questo è il quadro generale. Sono stati fatti diversi tentativi per instaurare un dialogo con la presidenza del Parco ma i risultati sono stati nulli se non addirittura opposti a quelli sperati.Questa è casa nostra, noi vogliamo i parchi sia marini che terrestri (vedasi il Parco Regionale della Maremma che funziona benissimo). Vorremmo che il nostro ambiente venga protetto ma allo stesso tempo che possa essere goduto da tutti, che possa dare lavoro a tanti e con tutti i vincoli del caso. Oggi la tecnologia ci è amica, lo possiamo fare, in collaborazione con tecnici e biologi abbiamo avanzato proposte a nostro avviso intelligenti e dirette nella direzione migliore: nessuna risposta! Proprio pensando al rispetto dell'ambiente ed alle nostre Isole, senza contributo alcuno dello Stato o di altri Enti, con la mia azienda sono riuscito a dare vita ad un progetto di nave ecologica, capace di trasportare fino a 400 persone e con soluzioni che fino ad ora avevano trovato spazio solo nella grandi navi e che vanno ben oltre l'attuale normativa ambientale. La nave è operativa da luglio 2008, in questo periodo l'abbiamo presentata all'Ente Parco in tutte le lingue ma, in due anni, MAI, Presidente, Direttore o chi per loro, si è degnato di venire a verificare la bontà delle nostre affermazioni, nemmeno quando abbiamo portato la nave stessa esattamente sotto le finestre dell'Ente. A questo punto Le sarà certamente chiaro che non facciamo parte di alcun movimento politico, non abbiamo amici o amici di amici che ci proteggono, mi domando cosa sarebbe successo se avessi avuto in tasca una tessera del PD o dei Verdi...chissà!!! Credo di non trovare pareri contrari nell'affermare che noi non vogliamo elemosine, non cerchiamo contributi, vogliamo rispettare le regole ma vogliamo che queste regole siano volte a permettere lo sviluppo. In tempo di crisi come l'attuale, con la nota carenza di lavoro, rischiamo seriamente di dover chiudere i battenti solo a causa di amministratori pubblici, ben pagati, ciechi e sordi alle esigenze di chi ogni giorno deve lottare costretto ad affrontare difficoltà e sempre in cerca di soluzioni che permettano la sopravvivenza delle proprie aziende nonché il sostentamento dei propri collaboratori e dipendenti; se solo qualcuno si degnasse di ascoltare, forse potremmo creare nuove opportunità di lavoro, rendere l'Ente Parco un'azienda che non grava più sulle spalle dei contribuenti ma anzi sarebbe in grado di guadagnare e investire in opere e tecnologie che conservino intatti per i nostri nipoti gli identici, stupendi luoghi che oggi abitiamo.

Se volesse verificare la realtà di ciò che ho detto, vedere di persona in quali condizioni sono ridotti i siti, constatare in loco il risultato dell'amministrazione dell'Ente Parco, sarei veramente onorato di poter mettere a disposizione la mia nave così da andare oltre le parole di un ignorante par mio e aver occasione di sentire i pareri di biologi amanti della natura e impegnati sul territorio o anche di imprenditori e abitanti stufi di sottostare alle regole dettate dalla ottusa stupidità di pochi. Grazie a prescindere, se non altro avrò dato sfogo al mio malessere. Come ho detto non chiedo favoritismi, ma come cittadino pretendo il mio diritto a lavorare e come imprenditore mi arrogo il diritto di rischiare con la mia impresa e i miei capitali, se non sarò un buon amministratore o se pioverà ogni singolo giorno da oggi a settembre fallirò ma in nessun caso accetto di fallire perché un anonimo Mario Tozzi mi dice che se lui chiude le isole e io fallisco è solo perché ho calcolato male il mio rischio d'impresa; non voglio e non lo accetto! Voglia perdonare il mio essermi dilungato, La ringrazio per l'attenzione che ha voluto dedicarmi e spero di aver in qualche modo solleticato il Suo interesse. Con i migliori auguri di buon lavoro e la speranza di vedere risorgere questa nostra Italia, La prego di gradire i miei più cordiali saluti".


alba alla marina del paese (estate 2010)

Gite sì, gite no: parla un testimone (Alberto Della Santina, estate 2009)

Buonasera, innanzitutto mi presento: mi chiamo Alberto Della Santina, sono un ingegnere informatico di Pontedera e nella vita faccio il consulente aziendale in una azienda di Lucca. Ebbene, oltre a questo, sono un forte appassionato della storia delle isole-carcere nell'Arcipelago: Gorgona Pianosa e Capraia, e a tal proposito ho avuto modo di costruirmi nel tempo una piccola biblioteca a casa in materia, di cui ne sono particolarmente geloso. Ho avuto modo di arrivare al vostro sito, www.ilgorgon.eu, vi faccio i miei più sinceri complimenti, soprattutto per il vostro attaccamento all'isola e la caparbietà con cui manifestate ciò che non va in questo piccolo paradiso, purtroppo regolamentato in maniera molto discutibile da un groviglio di enti con la presenza di un carcere, che sebbene sotto forma di colonia agricola, non contribuisce più di tanto a rendere la vita facile ai pochi residenti. Senza dilungarmi troppo, ho coltivato da tempo un forte interesse per Gorgona, soprattutto storico, documentandomi con tutte le pubblicazioni disponibili tra le biblioteche di Livorno, e parallelamente a questo sin dal primo di quest'anno... .Poi arrivo ad Aprile, che il calendario (inserito nel Walking festival) viene completato e provvedo subito a prenotare la seconda uscita, dato che per la prima data.....il caso ha voluto che fossi un weekend all'Elba con tanto di escursione giornaliera in Pianosa.Ebbene, in quella gita, avvenuta il 10/05, mi ritrovai in un gruppo abbastanza coordinato, certo...con qualche figura colorata, ma nel complesso attento nella visita e rispettoso dell'isola...Il mio sogno si avverò. Nel mio tempo libero, cerco di carpire nuove informazioni sull'isola cercando il più possibile di approfindire la materia, le confesso più da un punto di vista storico e sociale che naturalistico, ed ecco che sono finito sul vostro sito.... O meglio: ad essere sincero mi è capitato più volte di consultarlo, ma questo mese le vostre segnalazion mi hanno sensibilmente colpito al cuore, condividendo appieno la richiesta disperata verso le autorità della Regione affinché l'isola torni ad essere vivibile per voi gorgonesi e che l'amministrazione carceraria la finisca con i suoi soprusi. Tra questi vostri interventi, uno mi ha ferito molto.....quello indirizzato ad Alice Colli, mi perdoni se mi sto dilungando troppo, criticando la scarsa qualità nella gestione di quelle gite mirate più ad un turismo di massa che ad uno più consapevole e rispettoso della delicatezza complessiva dell'isola. Ebbene, mi sono sentito parte di codesta critica, ma a mia discolpa posso assicurarle che la gita di quel giorno, vuoi perchè fosse ad inizio stagione, vuoi per una comitiva abbastanza "seria", avvenne con il massimo rispetto dell'isola! Sono convinto che gli spiacevoli inconvenienti da voi riportati nell'intervento (bagno in zona non autorizzata, comportamenti discutibili dei visitatori, ingressi non autorizzati nelle abitazioni) siano avvenuti in alta stagione, nei momenti in cui....come nelle grandi città d'arte...arrivano i turisti insieme alla piena del fiume, e quindi questi non distinguono un gelato raccattato in strada da un dipinto di Raffaello, e a tal proposito mi sono permesso di rivolgere alcune critiche ad una guida della Cooperativa (con cui ho instaurato un fitto scambio di email dopo quella gita per approfondirla) per come queste gite siano scadute verso un turismo di massa, insensibile alle attenzioni che invece un visitatore dovrebbe avere con il massimo rispetto verso l'isola, i suoi abitanti, le sue strutture e la sua natura. Magari capisco che il flusso turistico alimenti un mercato e quindi tutti gli interessi da cui ne derivano, tuttavia questo deve rimanere di qualità, altrimenti è bene non farlo. Per concludere il mio intervento, con un tono scherzoso ho proposto alla guida di fare un esamino sulle domande di visita che giungono in agenzia in modo da filtrare solo le persone realmente interessate all'isola e con la giusta predisposizione, ma mi rendo conto che questo sia abbastanza impraticabile. Sebbene io non rappresenti nessuno e sia un normale cittadino della campagna pisana, vi posso solo dire che vi sono molto vicino per tutte le problematiche che avete da sempre affrontato ed ora ancora di più con la struttura complessiva dell'isola e i suoi collegamenti a rischio, e pertanto vi pregherei di coinvolgermi nelle vostre iniziative perché mi sento particolarmente legato all'isola e per quel poco che posso fare desidero poterla conoscere di più e aiutare tutti voi. Con i miei più cordiali saluti, Alberto Della Santina (pubblichiamo, ma non concordiamo con l'organizzazione delle gite in questione, n.d.r.)

Vague

vague (annick bouhan)

Sub e turisti che possono accedere alle riserve naturali. Fa discutere la proposta del ministro Stefania Prestigiacomo. Gli albergatori: "Le riserve tengono lontani i turisti" (28.06.09)

 
"Per il ministro Prestigiacomo le zone protette vanno rese fruibili ai sub per renderle visitabili con barche ecologiche. E sale il tono della polemica nata dopo l’avvistamento al Giglio della foca monaca e il no del neosindaco Ortelli all’area marina protetta indicata dalla precedente giunta di centrosinistra.
Fa inorridire gli ambientalisti la parola «privati» e fa dire al presidente del Parco Mario Tozzi che turisti e sub devono essere tenuti lontani dalle riserve. E gli albergatori temeno l’e ventuale effetto-ticket. Sull’altro fronte c’è invece chi plaude l’i dea del ministro: lo fa Carlo Gasparri, elbano doc, nove volte campione sub italiano, europeo e mondiale.«Per le aree protette la scelta deve essere della gente del posto e non da accademici. All’Elba abbiamo il progetto ideale - dice Gasparri - fatto da Arcipelago Libero, da scienziati e dai sub dei 40 centri diving isolani che hanno monitorato il mare giorno per giorno. Ha ragione il ministro Stefania Prestigiacomo: ha espresso la sua idea, che è la mia». Gasparri continua ad immergersi ogni giorno nel “suo” mare che - dice - «è come l’orto da curare dietro casa. I sub stanno attenti affinché nessuno lo sciupi».
Molti operatori turistici che hanno le loro attività dentro l’area del Parco, hanno paura che la gestione privata abbia come diretta conseguenza l’introduzione del ticket: «Per una semplice immersione con un centro diving si pagano di solito 25 euro - spiega Gasparri - se ne potrebbero far pagare 28, tre di ticket. Se si va a vedere uno spettacolo si paga, si può farlo anche per osservare i fondali. Credo che sia normale. L’idea del ministro, che mi sembra in gamba, è ottima. C’è una commissione, ne faccio parte anch’io e sto preparando la mia relazione. Il mare lo vivo da sempre e so cosa fanno all’estero. La strada è questa».
Ma Mauro Antonini, presidente degli albergatori elbani, non ci sta: «Quando si cominciò a parlare del Parco eravamo favorevoli. Non ha però poi dato grossi vantaggi come ritorno turistico - spiega - perchè sono emersi lacciuoli che andavano rimossi e invece non è accaduto. Non siamo d’accordo sulle aree marine protette, perchè sono un modo ulteriore per allontanare i turisti. E neppure sulla gestione da parte di privati indicata dal ministro, perchè così ci saranno ulteriori balzelli che terranno ancora più alla larga i turisti. Semmai il Parco deve dare un senso al nostro turismo"».


qui una volta, proprio dietro al moletto, c'era una spiaggetta naturale; ora c'è un solarium per i fantasmi costruito dalla colonia penale; e il Parco che fa?

Gorgona come Pianosa? Mai. (lettera di Alberto Della Santina del 24.3.2010)

"Da non molto, dopo aver inoltrato ben 2 domande (la prima mi fu respinta) sono diventato membro dell'Associazione per la difesa di Pianosa...non ricordo se già te lo dissi, e quest'ultimo sabato si è svolta l'unica riunione annuale con tutti i soci. E' stato un incontro, svoltosi alla periferia di Livorno, in una sala gremita di persone (quasi 120), molte ex- residenti e nativi dell'isola che risiedono in tutto il centro-nord Italia...e insieme a noi "semplici appassionati" eravamo lì riuniti a condividere un sogno: il ritorno dell'isola al suo splendore, magari con la possibilità di riportarci la vita civile, che tuttavia ora è limitato alla gestione di una mostra fotografica e un appartamento abitato dai volontari dell'associazione che a turno si occupano appunto di questa mostra per i visitatori. Non posso nasconderti una punta di commozione quando seduto tra questi signori (molti anziani), con gli occhi che gli brillavano nei racconti dei "bei tempi" dell'isola... come ti puoi immaginare, appena ho capito chi fossero, non mi sono trattenuto dal cercare di soddisfare la mia personale curiosità che ben conosci. E' stato un momento davvero speciale, e una volta rientrato a casa....ho portato qualcosa di più dentro di me che non era scritto su quell'ennesimo librino sull'isola che ho acquistato lì direttamente... . Purtroppo il principale argomento su cui verteva l'incontro è stato il rapporto sempre più conflittuale con il Demanio per l'affitto dell'appartamento e e dello spazio (la vecchia Direzione del carcere) per la mostra, insieme ai necessari lavori di restauro che sono sempre più onerosi e sempre a carico dell'associazione. A questo punto mi sono permesso di fare un parallelismo con Gorgona. Tempo fa mi dicesti che il rapporto con la "vostra" associazione degli abitanti è sempre piuttosto conflittuale, ed è un vero peccato: voi vi trovate..anzi, te ti trovi da solo a lottare spesso inerme con la prepotenza del carcere e loro con la sordità e l'avidità del Demanio. Vale la pena di menzionare comunque il forte malumore presente tra i pianosini (e soci) sulla gestione del Parco della loro isola, soprattutto nei confronti di Tozzi, per cui credo che questo risentimento tu lo condivida. Sono 2 isole diverse, loro hanno un bel ricordo di quando c'era il carcere poiché era una macchina che funzionava (seppur con i suoi problemi) e il paese seguiva le esigenze di chi ci lavorava.... da te oggi il carcere con la sua prepotenza ha assorbito ogni speranza di convivenza con il mondo civile". 

Ma come fate a vivere lì ?(Alberto Pagni-Maggio 2010)

"Caro Comitato Abitanti Isola di Gorgona , da livornese quale sono , ( anche se abito altrove ) seguo con molto affetto l'attualità  dell'Isola che voi rappresentate e in cui sono stato per un giorno la scorsa estate. Già una volta vi ho scritto per avere notizie e per sapere come poterla visitare al di fuori delle gite organizzate dalla Cooperativa autorizzata , che voi non amate molto ! A voi che ci abitate in permanenza voglio fare i complimenti .Immagino quanto sia difficile vivere in un isola in cui , da quanto capisco , mancano praticamente tutti i servizi necessari , dove ogni gesto per noi "normale" ( ,andare a scuola o al lavoro ,fare spese, andare dal medico , fare due passi..)richiede un impegno enorme che solo il grande attaccamento al luogo può spiegare . Sopratutto in inverno, quando i collegamenti con la terra ferma sono più a rischio , essere un gorgonese deve essere  un impresa! Tra l'altro non capisco bene quanti siete ad abitare stabilmente in Gorgona e come fate a spostarvi visto che il traghetto si ferma solo due volte a settimana ... Ancora complimenti ! alberto p". 

 

(Luca Avezzano, 26 anni-Livorno-22 novembre 2008): "Non sapevo esistessero dei gorgonesi!" 

"Salve, è con piacere e con rammarico allo stesso tempo che esploro questo sito. Abito a Livorno e non mi è difficile credere che purtroppo il Comune non abbia intenzione di salvaguardare l'abitato storico di Gorgona. Quanti abitanti sono rimasti sull'isola? Non ci sono prospettive di nuove nascite o qualcosa che preveda il ripopolamento? Sono capitato nel vostro sito perchè interessato a visitare l'isola, ma da quanto ho capito ciò viene fatto senza poter entrare in contatto con voi abitanti del posto. Quindi non potete invitare persone dal continente?  Incredibile.. . Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per l'isola di Gorgona. E' possibile attirare intorno alla questione un po' di clamore mediatico, perchè vi dico la verità, qui sul continente a mala pena si sa che c'è qualche abitante estraneo al penitenziario.. . Forza e coraggio"!

(David Torrini, 17 dicembre 2009): "L'isola non può essere un carcere"

"Cari amici gorgonesi, vi saluto da Firenze. Sono  un'amante delle isole minori italiane. La ricchezza che offrono è enorme e ignorata da gran parte del paese. Se si potessero sfruttare al meglio le potenzialità del nostro arcipelago toscano non servirebbe andare ai Caraibi o alle Maldive per gioire di un mare cristallino. Gorgona in particolare, così inaccessibile, così lontana dalle altre, mi ha sempre affascinato e sarebbe perfetta per un ridotto turismo di nicchia, un turismo all'avventura, non per tutti certo, ma per un ristretto numero di amanti di questi viaggi alternativi, fra cui mi ci metto anche io, che avrei sempre sognato di visitarla. E' uno scandalo che Gorgona, come altre isole, sia usata per essere un carcere e non sia fruibile per nessuno. Sposo in pieno la vostra causa che mira a far rinascere l'isola. Vi saluto e spero un giorno di potervi visitare".


Firenze).

"E come se la conoscessi da sempre" (Martino Ferrari, 4 febbraio 2010) 

"Mi chiamo Martino e ho deciso di scrivervi poichè è da tanto tempo che desidero soggiornare almeno per qualche giorno sulla vostra splendida isola, desiderio che purtroppo vedo sempre svanire a causa del penitenziario e della burocrazia imposta dal Ministero di Grazia e Giustizia. Anche se sull'isola non ci sono mai stato è come se la conoscessi da sempre. Abito in un piccolo comune della provincia di Massa Carrara, situato alle pendici della Foce dei Tre Confini (Toscana - Emilia Romagna - Liguria) e per 10 anni ho lavorato nella stazione sciistica del mio comune (www.zeriski.it), stazione che ha tra le sue carratteristiche, la splendida opportunità che puoi sciare guardando il mare che ben si vede in lontanaza, e all'orizzonte, oltre al mar ligure, nelle giornate di tramontana, è ben visibile proprio l'isola di Gorgona.I miei ricordi vanno a quando ero bambino e mio padre dal parcheggio indicandomi mi diceva :" Vedi, quella è la curva delle spiagge della Versilia, là in fondo c'è Marina di Pisa e ivece quello scoglio che sembra un panettone in mezzo al mare, è l'isola della Gorgona....bisogna che ci andiamo qualche volta....!". Poi, diventato grande, ho cominciato a lavorare alle piste da sci dove, tra la altre mansioni, avevo quella della battitura nottura delle piste,..... e qui i ricordi più belli....vedevo l'isola dalla vetta del monte Fabei scomparire al tramonto per poi ritrovarla all'alba, quando il mio lavoro era finito, in uno scenario unico, un delle immagini più belle che sempre ricorderò della mia vita: La vostra isola abbracciata dalle luci dle primo mattino, un paradiso unico... . Dopo essermi fermato a riposarmi un pò ammirando il paesaggio, andavo a dormire, pensando a quanto era strano che un'isola che sembrava cosi vicina, in realtà fosse cosi lontana. Spero che arrivi presto la destituzione della colonia penale, che finalmente chiunque voglia visitare quel paradiso incontaminato possa farlo senza problema alcuno. Credo che possa essere interessante anche un gemellaggio tra voi e il nostro comune, e altresì utile per cominciare a smuovere qualcosa!  Un sincero in bocca al lupo e comunque non sarò contento fino a quando non potrò vivere, anche se per poco, l'isola di Gorgona".

"Ma dove sono i gorgonesi?" (Aprile 2010)

Abbiamo passato sull'isola di Gorgona il Natale e il Capodanno. E anche Pasqua. Qualcuno di noi ci vive e ci lavora tutto l'anno. Che tristezza vedere il paese vuoto, senza nemmeno un gorgonese, a parte tre-quattro persone. Forse quel livornese che ha fatto il commento sopra a questo aveva ragione: i gorgonesi non esistono più! Perchè venirci qualche giorno d'estate non è più sufficiente per mantenere qui una casa a basso prezzo lasciando cadere a pezzi le proprie abitazioni e delegando ad un carcere che non ce la fa più tutte le  problematiche dell'isola. Qui è giunto il momento di fare il punto della situazione e di chiarire chi deve fare cosa prima che l'isola tracimi su se stessa. In primis, il Comune di Livorno, la Seconda Circoscrizione, il Demanio e chi ha una casa in affitto nel paese di Gorgona, deve adoperarsi affinchè il decoro, la manutenzione, le pulizie, l'illuminazione, l'acqua, la marina, il moletto e le attività economiche siano prese in mano da loro stessi. Non si può continuare a delegare alla colonia penale delle responsabilità che non sono le sue e che, fra l'altro, non riesce a dare una risposta adeguata, se non quella di continuare a tirare a campare fino a che non resterà più nulla. E' assurdo credere che questa struttura carceraria rimmarrà per sempre e che si potranno mantenere i piccoli privilegi che si sono matenuti per anni. Questa situazione ibrida dove non sono chiare le responsabilità del carcere, del Comune e dei gorgonesi va rimessa in equilibrio ristabilendo le giuste priorità. Un gorgonese non può delegare agli agenti la sua barca, la sua casa, il suo molo, il suo mare, il suo territorio. Forse quelli che mantengono ancora una casa sull'isola, quelli cosiddetti - e a ragione - "villeggianti", non sanno che ormai l'intero paese è in mano alla polizia penitenziaria che fa il bello e il cattivo tempo in tutta la parte dell'isola perché qui per 11 mesi e mezzo l'anno non c'è nessuno. Non sono certo quei 3-4 giorni d'estate, quando ancora qualche gorgonese nostalgico viene a ricordare le avventure di un tempo, o dove pseudo servizi giornalstici intervistano un'ultima gorgonese inventata per la cronaca rosa o parlano con un agente che gli racconta sempre le solite frottole, che cambieranno le cose come stanno. E' inutile venire a pretendere servizi dalla colonia penale - passaggi sulle motovedette o il pesce, l'uova e la carne - quando praticamente non ci si cura della propria abitazione; è inutile chiedere ad un demanio sordo di ristrutturare case che cascano a pezzi se non ci si  sta che pochi giorni l'anno, nè mantenere una residenza in un posto dove non ci si viene quasi mai. Forse ai gorgonesi, agli ex gorgonesi e a chi ama Gorgona non è ancora ben chiaro che l'isola sta inesorabilmente incamminandosi verso un declino che prima o poi impedirà a tutti di accedervi. E' necessario riniziare ad organizzarsi come liberi cittadini, rendendosi indipendenti dalla colonia penale; è indispensabile scuoterci da quel torpore che fa pensare che tutto resterà come sempre è stato e che, un giorno ormai molto vicino, ci farà svegliare e ci farà ritrovare fuori dall'isola, come è già successo per gli abitanti di Pianosa, delll'Asinare e di Montecristo. Parco, Ministeri e quant'altro non aspettano altro che l'ultimo gorgonese getti la spugna per impossessarsi della nostra isola. Poi resteranno solo i ricordi, cosa che per molti è da tempo realtà.

Lettera di Luigi Morsello, ex Direttore della Colonia Penale di Gorgona: "Ho ritrovato concretezza ai miei ricordi" (gennaio 2009).

"Uno dei curatori di questo sito è un giornalista, originario di Gorgona da parte della nonna, ed aveva 23-24 anni quando io negli anni 1977-78 sono stato direttore in missione a Gorgona, ponendo le premesse che poi il collega Bonucci, che prestava servizio all’ufficio per la manutenzione ordinaria del fabbricato dell’Amministrazione penitenziaria in Roma, sviluppò egregiamente, arricchendo l’isola di edifici restaurati, ristrutturati e costruiti anche ex-novo, come quello (che però io non approvo) annesso a Torre Nuova, che restaurata ospita, come io sognavo in quegli anni, la Direzione. In quel tempo non ci siamo conosciuti, non serbando ricordo alcuno l'uno dell'altro, e viceversa. Bruno Bonucci, del quale non ho saputo più nulla, al termine della carriera vi si fece trasferire proprio perché alla conclusione della sua attività lavorativa di pubblico dipendente e da innamorato dell'isola che già conosceva e che si fece protagonista restaurando quasi tutto le case del paese. Trascorsi molti anni da allora, a maggio 2008, ormai in pensione, decisi di aprire un mio blog (ilgiornalieri.blogspot.com), e vi ho pubblicato, a puntate, le mie memorie di direttore carcerario, ivi compreso il periodo gorgonese, che sono state lette da miei collaboratori o parenti degli stessi, ivi compreso il figlio del mio maresciallo comandante in Gorgona Evaristo Armocida, carissima persona, eccellente sottufficiale, uomo onestissimo sotto il profilo etico-morale. Si è innescata una reazione a catena che mi ha portato a scoprire anche blog interessanti, sul quale iniziavo a postare dei commenti. Il passo successivo mi ha portato a conoscere il sito web "Isola di Gorgona", che desidero commentare. Chi non conosce l’isola di Gorgona (2 kmq. a 35 km. da Livorno) e la cerca su Google avrà informazioni parziali, distorte e insignificanti. Per vedere e capire cos’è davvero Gorgona oggi deve andare sul sito confezionato anche da un giornalista, per giunta gorgonese doc: www.ilgorgon.eu. È un sito davvero bello, realizzato con l’intelligenza del grande professionista, che deve essere sfogliato pazientemente pagina per pagina, secondo una struttura complessa, ma ciò che vedrà e leggerà compensa largamente la (peraltro piacevole fatica) anche di chi, come me, mastica pochino di informatica. Quelli poi che come me l’hanno conosciuta l’isola ai tempi in cui il degrado delle strutture penitenziarie aveva toccato il fondo dopo decenni di incuria, pur conservando l’edilizia carceraria la nobiltà di concezione tipica di strutture concepite quando il mondo girava molto più lentamente e i governanti delle carceri avevano più tempo, ma anche molta più competenza per pensare e progettare, strutture che io mi incantavo a guardare provando grande rammarico per il loro stato; dicevo, quelli come me restano affatati dalle immagini e dai video che con grande perizia il giornalista gorgonese inserisce nel suo sito. Il rischio attuale da scongiurare è che sia , nuovamente, calato l’oblio sull’isola, che si regge soprattutto per la presenza di una Casa di Reclusione per il lavoro all’aperto, con una presenza di detenuti che dovrebbero essere (e si spera siano) selezionati con grande cura, anche evitare il reiterarsi di fenomeni criminali gravissimi (due omicidi fra detenuti). A ridosso del porticciolo c’è la "zona libera" con le abitazioni dei gorgonesi, della quale il Comune e la Provincia di Livorno sembrano disinteressarsi. Certo, la valorizzazione dell’isola sotto il duplice profilo pubblico, dell’Amministrazione penitenziaria e dell’ente locale è complessa e comporta un coordinamento difficile da progettare e realizzare. Non appare temerario ipotizzare che l’interesse dell’ente pubblico (Comune e Provincia di Livorno) è fortemente condizionato dal fievole interesse (pubblico) dell’amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia. Così vanno le cose italiche, di tutti tempi, non solo quello odierno".

Umberto Chisci: "Quanta nostalgia di quei luoghi" (21 gennaio 2009).

"Ciao, vedendo queste immagini mi sono emozionato. Sono Chisci Umberto, figlio di Giorgio, ufficiale postale negli anni 70. Ho vissuto circa 5 anni in Gorgona dall'età di 2 fino ai 7 anni. Ho ancora ricordi indimenticabili, essendoci anche ritornato per due estati sucessivamente, in età adolescenziale. Ricordo tutti con affetto e mia madre ha ancora qualche foto di quei tempi. Se riesco a scannerizzarle cercherò di inviarvele. Cordiali saluti, Chisci Umberto ".

il supercarcere abbandonato all'isola di Gorgona: negli anni Ottanta costò tre miliardi e non fu mai aperto (2005) 

Nuovi carceri solo per ingrassare i soliti noti (dalla redazione, 24.01.2009)

Ci risiamo. Il Governo ha approvato la costruzione di nuovi carceri dando al Commissario Ionta, responsabile dei Dap (Distretti Amministrazione Penitenziaria) carta bianca a chi si faccia avanti con dei progetti entro 60 giorni. Motivo? Il sovraffollamento delle carceri. Solo dei fessi possono credere a questa panzana. Il problema non è la mancanza di carceri (ce ne sono decine di nuovissimi mai entrati in funzione), ma il malfunzionamento e la malagestione di quelli esistenti, Isola di Gorgona compresa. Si tratta chiaramente della solita speculazione mascherata da risoluzione di un annoso problema. Come gorgonesi dichiariamo già da ora che lotteremo contro qualsiasi ampliamento della Colonia Penale esistente, che già così ci crea non pochi problemi. Esiste già una struttura carceraria abbandonata proprio nella parte interna dell'isola, che era quel supercarcere che doveva ospitare i brigatisti presi dal Generale Dalla Chiesa, un altro spreco di milioni di euro che ora giace abbandonato, esempio di scempio ambientale ed economico, con materiale in amianto accatastato all'interno della struttura abbandonata a se stessa. La nostra isola non si tocca più!

 

 

 

 

 


la zona carcere (2009)


la marina (2005)

La storia di Riccardo D'Ambra e le origini inedite dei gorgonesi (14.3.2009). Chi sa dare conferme e riferimenti a questa ricostruzione documentata è il benvenuto (il libro completo è sul sito alla voce "Gorgona-Storia)


Jacopo e Riccardo D'Ambra (Follonica-Grosseto, 2009)

La storia della famiglia D'Ambra da Livorno.

"Voglio raccontarvi una storia meravigliosa soprattutto perche’ vera. Questa storia accomuna nelle origini molte persone che portano a oggi cognomi quali Quercioli, Brinati, Frascati, Ambrosiani, Citti, Dodoli e Olivari e che vivono nelle città della costa o sulle isole tra il mar Ligure e il Tirreno che, leggendo, potranno rivedere il loro passato e immaginare ciò che accadde molto tempo fa. Questa storia si svolge nei primi anni dell’800. Il mondo di allora era assai diverso da quello che vediamo oggi. L’impero Ottomano fino ad allora aveva dominato i mari saccheggiando continuamente le nostre isole e le coste ecatturando schiavi. Solo la battaglia di Lepanto del 1571. che vide finalmente unite le forze occidentali, riusci’ a fermare il dilagare dell’espansione Ottomana in Europa. Ma comunque il mare era rimase saldamente in mano delle piratesche flotte dei Mori e a noi non restavano che le briciole di gloria così, come ci narra la famosa statua dei 4 Mori a Livorno, proni simbolicamente al Granduca Ferdinando I. Era estremamente pericoloso vivere vicino alle coste o sulle isole per l’arrivo improvviso dei pirati che razziavano e catturavano schiavi. Da documenti trovati nel 1977 al Cairo, risulta che gli attacchi dei pirati sulle coste siciliane, partendo dall’Egitto, non subirono mai un blocco vero e proprio. Le incursioni musulmane, provenienti dai paesi rivieraschi dell’Africa Settentrionale registrarono un incremento nel ’500 e ’600, cessando nel 1830 dopo la presa francese di Algeri. Circostanza che fermò la pirateria nordafricana. C'è da dire che la popolazione mondiale era molto bassa in confronto ad oggi: basta pensare che in tutto il mondo solo una ventina di città superavano i centomila abitanti. Procurarsi il cibo era il problema principale. La mortalità. infantile era alta e l’aspettativa di vita bassa. Attorno ai primi dell’800, cioè quando si svolge la storia, però. le cose stavano cambiando perche’ gli Ottomani stavano perdendo terreno nei confronti soprattutto dell’Austria e della Russia. Questo rendeva i mari piu’ sicuri per la pesca. Le guerre si susseguivano di continuo e Napoleone Bonaparte, autoproclamatosi console, faceva in realtà ciò che voleva e si trovò in guerra con tutta Europa. Era in pericolo l’intero stato sociale di allora, con la borghesia urbana che rivendicava il diritto a comandare, e la nobilta’ contadina e la chiesa che volevano mantenere lo stato delle cose. Nel 1796 Napoleone mosse le sue truppe verso l’Italia occupando la gloriosa Repubblica di Genova e il Granducato di Toscana che, per sua volontà, nel 1801, diviene Regno di Etruria e fu assegnato a Lodovico I di Borbone, infante di Spagna, a cui successe la moglie Maria Luisa, che governò per conto del figlio Re di Etruria, Carlo Lodovico. Anche il Regno di Napoli non resta fuori dalla guerra e dopo vari ribaltamenti e trattati di pace si arriva, nel 1799, alla fondazione della Repubblica. I francesi entrano in città nonostante la strenua resistenza dei lazzari devoti al re e, con l'aiuto dei nobili e dei borghesi, fondano la Repubblica Partenopea (gennaio 1799). I nobili intellettuali giacobini che governano la Repubblica erano convinti che la gente avesse bisogno di libertà e cultura anziché di pane e lavoro. Quando, il 7 maggio le truppe francesi vengono richiamate in Nord Italia, un esercito sanfedista, al comando del cardinale Fabrizio Ruffo, supportato da artiglieria inglese, chiesa ed aristocrazia pro-Borbonica, ma soprattutto dall'ignoranza e dalla povertà della gente, riprese Napoli. Il suo esercito ed i lazzari capeggiati dal bandito Fra' Diavolo commisero delle innominabili atrocità, che per la verità Ruffo tentò inutilmente di evitare, e la Repubblica Partenopea crollò. Dopo pochi mesi re Ferdinando torna sul trono, dichiara subito decaduta l'onorevole capitolazione offerta da Ruffo agli ultimi repubblicani (peraltro non accettata neppure da Nelson) e nomina una giunta per dare inizio ai processi; nei mesi seguenti su circa 8.000 prigionieri, 124 vengono mandati a morte, 6 sono graziati, 222 condannati all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all'esilio, tutti gli altri furono liberati. Il 27 settembre 1799 l'esercito napoletano conquistò di nuovo Roma mettendo fine all'esperienza rivoluzionaria nello Stato Pontificio. Nel 1801 le truppe napoletane, che tentavano di raggiungere la Repubblica cisalpina, furono sconfitte a Siena da Gioacchino Murat. Seguì l'armistizio di Foligno il 18 febbraio 1801 e, in seguito, la pace di Firenze che prevedeva, tra l'altro, l'amnistia per i repubblicani filofrancesi. Con la pace di Amiens, invece, stipulata dalle potenze europee nel 1802, Napoli e la Sicilia furono provvisoriamente liberate dalle truppe francesi, inglesi e russe. Quando, nel 1805, scoppiò la guerra tra Austria e Francia, Ferdinando firmò un trattato di neutralità con quest'ultima ma, alcuni giorni dopo, si alleò con l'Austria e permise ad un corpo di spedizione Anglo-Russo di entrare nel regno per difenderlo dalle truppe francesi che, al comando di Saint Cyr, manovravano vicino alla frontiera. Ma dopo la disfatta subita il 2 dicembre nella Battaglia di Austerlitz, i Russi lasciarono l'Italia mentre gli Inglesi si ritirarono in Sicilia. Napoleone dichiarò decaduta la dinastia borbonica e proclamò suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli. Ai primi di febbraio le truppe francesi, riorganizzate e poste sotto il comando di André Masséna, invasero il Regno di Napoli, ma già il 23 gennaio Ferdinando, con la solita precipitazione, si era imbarcato sull'Archimede alla volta di Palermo, presto seguito dalla moglie (quest'ultima non avrebbe più rivisto Napoli) insieme all'oro dei Banchi ed ai preziosi dei palazzi reali, furono bruciate le carte dei processi della Giunta di Stato. I principi reali Francesco, cui era stata affidata la reggenza, e Leopoldo, raggiunsero l'esercito in Calabria. Siamo esattamente nel 1805 e il Regno di Napoli diventa Regno delle due Sicilie. Come se non bastasse tutto questo tra i morti per la guerra e per le idee politiche, nel 1805 a Napoli avviene un fortissimo terremoto con gravi perdite umane e materiali. Napoli, grande e per l’epoca popolosa citta’, ricca di arte e di cultura, è in ginocchio travolta dalle catastrofi naturali e dalla distruzione della guerra, compresa quella civile.

Da Napoli all'isola di Gorgona. 

Fu cosi’ che un giorno, in mezzo a tutte queste vicende, un gruppo di pescatori, pensando di migliorare le loro condizioni di vita, decide di partire per la Gorgona. Hanno sentito dire che in quell’isola da un po’ di anni vengono esentati dal pagamento delle tasse tutti i pescatori che ci vanno a risiedere. La legge fu fatta dall’illuminato Granduca Pietro Leopoldo nel tentativo di ripopolare l’isola, abbandonata perfino dai monaci della certosa di Calci. E’ difficile da spiegare col mondo di oggi, ma in realta’ quel gruppo di persone con cognomi diversi era praticamente una enorme famiglia, dove i fratelli si sposavano con le sorelle degli altri e cosi’ via. Insieme a loro c’era anche un giovane pressoche’ ventenne che decide di partire dalla città di Napoli portandosi dietro con se una altrettanto giovane moglie. Sicuramente, insieme a lui nel viaggio oppure ad aspettarlo sull’isola di Gorgona perche’ piu’ grandi e partiti qualche anno prima, ci sono i fratelli (tra cui Saverio) e le sorelle (Maddalena e Maria?) e gli altri pescatori delle famiglie imparentate con loro. Non sono riuscito a sapere con certezza quali tra queste famiglie Quercioli, Brinati, Frascati, Ambrosiani, Citti, Dodoli e Olivari siano partiti insieme a loro e quali invece avessero fatto un viaggio più corto dalla vicina costa Ligure o Toscana. I due giovani si chiamavano Antonio D’Ambra lui ( figlio di Pasquale) e Maddalena Cellentano (o Celentano) lei ( figlia di Daniello). Pasquale D’Ambra, per aver avuto un’eta’ che non gli permettesse di partire con i figli, conti alla mano, avrebbe dovuto essere nato all’incirca nel 1770. Chissà come fu quel viaggio di speranza e come fu difficile lasciare quelle acque conosciute. Chissà che tristezza fu per Antonio salutare il padre Pasquale, troppo vecchio per affrontare quel viaggio, pur sapendo che sarebbe stato difficile rivederli. Sarebbe stato difficile in futuro anche soltanto averne notizie, visto che quasi sicuramente erano analfabeti e le dogane che dividevano gli Stati erano molte. Maddalena Celentano invece, aveva probabilmente già perso tutti i parenti, o per le lotte civili o in seguito al terremoto. Ma come erano vestiti, che barche avevano e cosa andavano a pescare alla Gorgona? Da un'immagine possibile si vede il tipico cappello e l’assenza delle scarpe perche’ poveri, oltre al numero sempre alto dei figli. Le barche simili agli attuali gozzi a remi. Sarebbero andati alla Gorgona a pescare le acciughe, che venivano poi salate localmente e poi venivano scambiate con i mercanti inglesi per i merluzzi secchi di Terranova (stock fish), che poi andavano venduti nelle città. Il viaggio o la serie di viaggi in tempi successivi, che oggi si può fare in una giornata, allora e con quei mezzi deve aver richiesto molti mesi o addirittura più annate migratorie successive, anche perche’ doveva essere fatto durante la bella stagione, trovando riparo lungo il cammino nelle case di altri pescatori o all’aperto in luoghi riparati. Probabilmente, ancor prima di giungere alla Gorgona, magari ospiti in casa dei parenti, a Livorno, Maddalena, il 7 maggio 1807, dette alla luce Agostino. Di Antonio e Maddalena non so più niente,  ma voglio credere che arrivarono alla Gorgona dove vissero, morirono e furono sepolti nel vecchio cimitero. La storia continua con Agostino che fu battezzato nel Duomo di Livorno il 10 maggio 1807 (pag. 469 registro battesimi Cattedrale). Alla cerimonia parteciparono naturalmente le famiglie di pescatori amiche ed imparentate tra loro. I padrini furono Antonio (figlio di Pietro) Quercioli e Vincenza moglie di Sebastiano Brinati. Antonio Quercioli e Sebastiano Brinati dovevano essere molto amici con Antonio D’Ambra e tra i primi pescatori vissuti sull’isola dopo il ripopolamento. Ancor oggi sull’isola di Gorgona vivono i discendenti dei Quercioli, dei Brinati e degli altri che nominerò in seguito, imparentati profondamente tra loro con i D’Ambra, per matrimoni incrociati tra fratelli e sorelle durati quasi due secoli. Ma torniamo ad Agostino che fu battezzato in un luogo che ho visto tante volte. Certo allora si presentava in una forma assai diversa, dobbiamo pensare infatti che il campanile fu costruito nel 1817 e quindi non c’era a quei tempi e poi quello che vediamo oggi è stato quasi completamente ricostruito in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nell’anno in cui Agostino viene battezzato il Regno di Etruria viene incorporato all'Impero francese, che vi costituì i dipartimenti dell'Arno, dell'Ombrone e del Trasimeno. Agostino D’Ambra, che nasce a Livorno, viene portato dal padre Antonio alla Gorgona dove sarà uno dei pescatori che contribuirono a costruirne il paese. 

La vita al paese di Gorgona.

 Visibile facilmente dal Calambrone, con l’aspetto di un bel viso di donna sdraiato, l'isola di Gorgona, anticamente chiamata Marmorica, si trova nel Mar Ligure di fronte a Livorno, a 37 km dalla costa. Lunga 3 chilometri e larga circa 2, con i suoi 220 ha è la più piccola delle isole dell'Arcipelago Toscano. È prevalentemente montuosa e ricca di vegetazione tipica della macchia mediterranea; il suo rilievo più alto è di circa 300 metri. È attualmente sede di una colonia penale, realizzata inizialmente come succursale di quella di Pianosa nel 1869 e che, quindi, non c’interessa perchè all’epoca dei fatti non esisteva. Ciò che è rimasto pressoche’ intatto nel corso dei secoli è il il suo centro civile, ovvero il paese degli antichi pescatori, oggi composto da circa 50 residenti. E’ qui che si svolge il fulcro della storia e in una di queste case hanno abitato i nostri antenati. Le case di allora non avevano molte esigenze in quanto erano in pratica delle semplici stanze. Chissa’ quante volte Agostino adolescente ha visto, percorrendo la costa, le suggestive insenature e baie come la Costa dei Gabbiani o la Cala Scirocco, dove si apre la Grotta del Bue Marino, un tempo rifugio di foche monache, ora però non più visitabili a causa delle restrizioni del Parco. NNell’isola, verso ponente, la costa cade a picco nel mare, mentre a levante degrada formando tre valli terminanti con piccole cale (Cala Maestra, Cala Marcona, Cala Scirocco). L’isola ha una terra arida ed era stata pericolosa fino ad allora per le razzie dei turchi, alle quali le due fortezze costruite negli anni da Pisani e Fiorentini nulla potevano. Nella chiesa di San Gorgonio, ricostruita e consacrata dal priore della Certosa di Calci nel 1723 e quindi divenuta parrocchia fortificata, Agostino andava con la famiglia e con le famiglie di tutti gli altri pescatori ogni domenica. Nell’isola Agostino cresce e diventa abbastanza grande per andare ad aiutare il padre Antonio nella pesca, cosi ha modo di veder passare i grandi velieri che in quel periodo burrascoso incrociano quelle acque. Infatti, in quel periodo, in quelle zone passano molti velieri, sopra molti di essi ci furono personaggi politici e ammiragli che hanno fatto la storia, un nome fra tutti Orazio Nelson. Nel 1809 Napoleone ripristinò il Granducato, nominando Granduchessa di Toscana la sorella Elisa Baciocchi - Principessa di Lucca e Piombino - e ad essa rimase sino al 1814, anno in cui lo riebbe Ferdinando Erano momenti storici difficili ed era meglio non manifestare apertamente le proprie idee ed era meglio far vedere che alla Gorgona non fosse cambiato poi molto e tutte le domeniche andare come sempre tutti quanti a pregare nella chiesa di San Gorgonio, in silenzio magari proprio per chiedere a Dio di fermare quel demone tiranno che vorrebbe cambiare il mondo, oppure al contrario sperare che finalmente tutti saremmo salvi. E’ molto probabile che Antonio con gli altri pescatori parlassero alla sera di quello che sentivano dire della guerra, mentre Agostino con gli altri bambini ascoltava. Circa alla meta’ del 1815 Napoleone venne esiliato a Sant’Elena, dove morira’ nel 1821, Agostino ha 14 anni. Al congresso di Vienna (1815) gli alleati vittoriosi ridisegnano a modo loro l’Europa. Per quanto riguarda la nostra storia, che accade tra mar Ligure e mar Tirreno, si ha la definitiva scomparsa della grande e gloriosa Repubblica di Genova, i cui territori piu’ o meno corrispondenti all’attuale Liguria, vengono attribuiti in funzione antifrancese al Regno di Sardegna, governato dai Savoia, nel cui territorio viene inglobata anche l’isola di Capraia. Quindi la Gorgona passa da essere in quei pochi anni da territorio della Repubblica di Genova, prima francese ed infine a diventare, come resterà fino all’unita’ d’Italia, territorio dei Savoia. Un giorno del 1820 un forte terremoto fa smuovere l’isola. Danni materiali si ebbero su tutto il litorale Ligure e Toscano. Per Agostino è un bello spavento, ma per il padre Antonio e quelli che come lui, che hanno vissuto il terremoto di Napoli, è un ricordo orribile.

  

In quel tempo dalla vicina Camogli, la famiglia Olivari si trasferisce alla Gorgona. Si chiamano Silvestro e Maria Telugo e hanno anche una figlia di nome Maddalena Rosa, di un’anno piu’ giovane di Agostino. I due si innamorano ma, nel 1827, cioè quando Agostino ha 20 anni, la famiglia Olivari si trasferisce a Livorno, nel territorio del restaurato Granducato di Toscana. Forse i genitori e il padre di lei non era "padrone" di barca come Agostino e quindi doveva seguire il lavoro dove gli veniva richiesto; o forse il lavoro della figlia non era possibile sull’isola. La fanciulla faceva la filatrice. Il lavoro consisteva nel filare la lana di pecora, cioè trasformare in filo la lana. A quei tempi, non essendo ancora entrata la meccanizzazione in Italia, la filatura veniva praticata con la "roca" e il fuso. La lana prima veniva cardata coi "scardoss" (un asse di legno da cui fuoriescono lunghi chiodi di ferro). La lana filata veniva poi raccolta in matasse, lavata in acqua calda, quindi usata per fare calze, maglioni, maglie, scialli, eccetera. A 23 anni Agostino è abbastanza grande per farsi una famiglia e suo padre si reca a Livorno per chiedere la mano della bella Rosa all’amico Silvestro. Il matrimonio avviene nella chiesa di San Sebastiano a Livorno, vicino al porto mediceo, dove i pescatori in generale, e anche i genitori di Rosa, risiedevano. Livorno, città di mare, era esposta alle infezioni che vi giungevano con le merci, fu colpita parecchie volte dalla peste: ci si raccomandava allora San Sebastiano, considerato santo guaritore della peste. Dopo il 1825, e quindi in quella cerimonia, passato ormai il periodo napoleonico, la chiesa era ritornata Barnabita. Doveva essere una chiesa molto amata dai pescatori tanto che da tempo si teneva una S. Messa alle ore 13 di ogni giorno festivo, per comodo della gente di mare. Correva l’anno 1829 quando Agostino e Rosa fecero giuramento di fedelta’ proprio sotto gli occhi della statua di San Sebastiano, opera del Cinquecento fiorentino. Probabilmente in quel tempo la Chiesa era sottoposta a restauri per un forte terremoto che causò molti danni. Il loro ricordo viene tramandato da un'epigrafe marmorea che si trova anche oggi sopra la porta centrale d'ingresso, all'esterno. In occasione di questi restauri il pittore Luigi Quirici ritoccò malamente gli affreschi del soffitto eseguiti dai fratelli Grandi, in sostituzione di quelli danneggiati che erano stati eseguiti dai fratelli Ghirlanda.

I due innamorati si trasferiscono così alla Gorgona, dove costruiscono con l’aiuto dei fratelli una loro casetta di pietra e legno. Agostino esce tutte le mattine sulla sua barca insieme agli altri pescatori. E' fortunato e felice, perche’ ha la salute e la gioventu dalla sua, una propria barca e una famiglia e questo per quei tempi, era gia’ moltissimo. Un po’ per amore, un po’ perche’ fa freddo, un po’ perche’ non si conoscevano sistemi anticoncezionali, fatto sta che come era normale per allora la coppia, dal 1830 fino al 1842 mette al mondo ben 8 figli, di cui alla primogenita da il nome nel ricordo della madre, forse da poco defunta: Maddalena, al cui battesimo, il 14 ottobre 1830, fanno da padrino e madrina Saverio D’Ambra e Lucia Dodoli. Maria Antonia, al cui battesimo il 18 novembre 1831 fanno da padrino e madrina Francesco Ulivari e Assunta Dodoli; Angiola, al cui battesimo il 11 ottobre 1833 fanno da padrino e madrina Giovanni Ulivari e Caterina Ulivari; Antonio, al cui battesimo il 1 gennaio 1836 fanno da padrino e madrina Domenico Ambrosiani di Procida e Maria Maddalena Ulivari; Nunziata, al cui battesimo il 26 marzo 1838 fanno da padrino e madrina Matteo Citti e Maddalena D’Ambra; Agostino, nel 1839; Amabilia, al cui battesimo il 21 febbraio 1840 fanno da padrino e madrina Pietro Dodoli e Maddalena Ulivari; Angelo, al cui battesimo il 12 maggio 1842 fanno da padrino e madrina Francesco Olivari e Maria D’Ambra ( Angelo si sposera’ in San Gorgonio il 9 maggio 1868 con Frascati Elvira, di anni 28, figlia di Diego Frascati e di Dodoli Lucia). Piu’ o meno tutti questi figli, imparentati sempre con le solite famiglie di pescatori, restano nell’isola. Siamo tra gli anni 1842 e il 1845 e Agostino ha tra i 33 e i 38 anni. Succede qualcosa che lo induce a trasferirsi a Livorno. Forse Rosa stessa che magari non ha mai amato la dura vita sull’isola o forse l’opportunita’ di nuovi lavori che la meccanizzazione che si stava diffondendo stava portando. Comunque quale che sia la decisione, i due si trasferiscono definitivamente sulla terraferma lasciando per sempre l’isola. A Livorno nascono ancora due figli di cui il primo e’ il mio trisnonno. Natale, battezzato nello stesso duomo di suo padre in cui nel frattempo era stato costruito l’odierno campanile, il 7 aprile 1845 e i cui padrini furono Cesare Braschi e Maddalena di Saverio D’Ambra di Camogli. Giovanni, il 3 marzo 1848, padrino Saverio ( fratello di Agostino il cui padre Antonio era nel frattempo deceduto) e la figlia Maria. Da quanto si capisce dai documenti, Agostino ebbe sicuramente almeno un fratello che aveva lo stesso nome dello zio, Saverio. Proprio da Natale, che il caso vuole fosse battezzato nello stesso luogo di Agostino, sarà il padre del mio trisnonno Ezio".

Situazione carceri. Il punto. (di Aldo Maturo, www.agoravox.it, 19.3.2009) 
"Quando nei convegni gli operatori penitenziari hanno detto che le nostre carceri sono le più civili del terzo mondo hanno parlato come sovversivi ad una platea assente e distratta che li ha ignorati per anni. Ora che il Ministro Alfano ha scoperto che le carceri italiane hanno raggiunto un livello di disumanità da non ritorno i più ottimisti possono sperare che sta per cambiare qualcosa. In realtà il gioco delle parti continua con l’unica conseguenza che il carcere continua ad affondare.L’unica cosa certa è che il carcere da anni non è più un tabù. La gente può dire alla propria coscienza: la società si interessa del carcere. In realtà se ne interessano in molti, quasi sempre solo a parole, così che le cose rimangono come sono ed i problemi restano solo sulle spalle di chi vive al di qua e al di là dei cancelli.Per tanti il carcere è diventato una moda, una merce facilmente vendibile. Il filone-carcere stuzzica l’attenzione di intellettuali, pseudo esperti ed opinionisti, sempre pronti a presenziare a dibattiti, pontificando pur senza aver mai visto un carcere. Alzi la mano chi ha visto veri operatori penitenziari invitati ai dibattiti televisivi sul carcere.Tanti altri, molti, contrabbandano per interesse alle problematiche del carcere quello che è solo un interesse privato, solleticato dai tanti euro dei Fondi Sociali Europei che consentono ai bene informati ed ancor meglio ai bene inseriti di presentare e vedersi approvare progetti fantasiosi, inimmaginabili, futuribili, vuoti contenitori dove il detenuto si limita a svolgere il ruolo di comparsa perché i protagonisti sono quelli che puntano all’obiettivo finale: il finanziamento del progetto da cui, come una grossa slot-machine, cadono a pioggia tanti soldini. Parliamoci chiaro: se ci si guarda intorno si vede che l’unica relazione che la società ha con il carcere, quella più spontanea e più sincera, è il rifiuto del carcere stesso, luogo di perdizione, enorme contenitore dove la società emargina “i cattivi” e li affida all’oblio. Tale emarginazione, nel tempo, non è stata solo psicologica ma anche fisica e logistica. Il carcere ha lasciato i centri urbani, dove ha vissuto per secoli in castelli e conventi, e si è trasferito nelle estreme periferie suburbane delle città, oltre gli stessi cimiteri, illuminato di notte come un enorme cattedrale nel deserto, isolato, spesso irraggiungibile fisicamente ed umanamente. Ora si dà spazio alla improvvisa scoperta che ci sono 60.570 detenuti su 43.000 posti regolamentari. Si dice che è intollerabile che a Milano S. Vittore si dorma con il materasso a terra perché non c’è posto per le brandine e si ignora che con i materassi a terra si dorme da anni dappertutto, ad Ancona come a Pesaro, a nord come al sud. Quando sono arrivato a Cassino, nel 1981, nei cameroni della prima sezione c’erano letti a castello a 4 piani e cesso in un angolo per 12, scene da “Fuga di mezzanotte”. Oggi ci sono carceri dove i detenuti dormono nelle salette tempo libero, nelle salette ping pong, nei magazzini, in qualunque spazio disponibile e la mente ritorna a S. Vittore dove non molti anni fa li avevano dovuti mettere anche in ascensore. Bene, dice il Ministro, costruiamo altre carceri, e lo dice ormai da mesi con disinvoltura, come se le carceri fossero dei campi profughi costruiti con i moduli prefabbricati messi su in pochi giorni dopo il terremoto del Belice o dell’Irpinia. Lo dice come se le carceri fossero organizzate come i Centri di Permanenza Temporanea, enormi recinti dove bivaccano centinaia e centinaia di extracomunitari accatastati come polli in batteria.Sarebbe interessante se dai Provveditorati alle Opere pubbliche o dai competenti Uffici Dipartimentali si rendessero noti i dati sulle carceri ultimate ma non funzionali, sui reparti detentivi oggetto di restauri edilizi volutamente infiniti, per furbizia autoctona o per carenze finanziarie, sulle centinaia di posti letto rimasti inutilizzati dopo la dismissione delle case mandamentali.Ma soprattutto sarebbe interessante sapere come pensa di risolvere il problema del personale, delle migliaia e migliaia di uomini che già oggi mancano all’appello e rendono impossibile la vita di chi lavora in carcere, una vita fatta di stress, di lunghe notti al freddo perché non ci sono i soldi per il riscaldamento, di riposi accumulati, di straordinari non pagati, di ferie spezzettate, di capitoli di spesa decapitati a tavolino senza rendersi conto dei disastrosi risvolti in periferia dove manca persino la carta igienica. 
In uno stato di disagio generale per il Paese e per il mondo intero non si può pretendere evidentemente di più “per” il carcerario. Ma allora non si deve pretendere di più “dal” carcerario, non si devono esprimere giudizi che offendono l’impegno di chi ci lavora, bisogna avere il coraggio di intervenire sul codice per evitare che chi ha rubato una merendina da 12 euro alla Standa, per fame, sia condannato a tre mesi di carcere.I nostri politici devono capire che il carcere è solo la stazione di arrivo di disagi, tensioni, ingiustizie, sperequazioni, povertà, crisi di valori che la società esterna non ha saputo o potuto risolvere. E nessuno può o deve ragionevolmente pensare di dare a quanti lavorano nel carcere una delega in bianco per risolvere da soli, senza mezzi, senza uomini , senza strutture e, perché no, senza alcun riconoscimento sociale e morale, le tensioni della società che nel carcere si riflettono e si amplificano.Ma soprattutto nessuno può speculare sull’amarezza di quanti nel carcere, a diverso titolo, hanno abdicato ormai ad ogni riconoscimento e dignità professionale".

Sottomenų

 



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Isola di Gorgona