VOCAZIONE RELIGIOSA DELL’ISOLA DI GORGONA
L’isola di Gorgona fu fin dai primi secoli del Cristianesimo un luogo scelto dai monaci eremiti per poter vivere in penitenza, lontano dagli agi della vita mondana e successivamente, come del resto tutte le isole dell’arcipelago toscano, rifugio sicuro dalle persecuzioni prima e dalle ricorrenti invasioni barbariche dopo. Per questo fu visitata da Sant’Agostino ormai divenuto celebre, che vi fece tappa nel suo viaggio di ritorno verso l’Africa natia e che ne esaltò la pace invidiabile che vi si poteva godere.L’isola fu in seguito luogo di venerazione da parte dei pellegrini perche’ vi furono trasportate da Nonza in Corsica, per mano dei monaci eremiti stessi, le spoglie di Santa Giulia, patrona di Livorno, martirizzata nel 447.

I BENEDETTINI FONDANO L’ABBAZIA DELLA GORGONA
Nell’anno 591 il Pontefice S. Gregorio Magno volle dare un "ordine" a quei monaci eremiti e li trasformò in frati Benedettini e gettò cosi’ le basi di un’Abbazia della Gorgona che divenne assai prospera per i vasti possedimenti acquisiti per donazione e per lascito sia dal continente che dalla Corsica. Nell’anno 766 per ordine di Desiderio, Re dei Longobardi, furono translate a Brescia le spoglie di Santa Giulia.
I vari cambiamenti storici che avvennero portarono però l’isola verso un lento declino poiche’ indifesa. In particolare, dopo la caduta della Repubblica marinara di Pisa che vi aveva costruito una Rocca (oggi detta Torre Vecchia), fu esposta ai continui saccheggi dei pirati.

1374: ARRIVANO I CERTOSINI
Nell’anno 1374 Caterina da Siena che l’aveva visitata di persona e che ne aveva trovato gli edifici ormai in rovina consigliò Papa Gregorio XI ad assegnare l’isola all’ordine Certosino insieme ad ogni diritto residuo in Corsica o altrove. Il peggio avvenne pero’ nell’anno 1423, soltanto 2 anni dopo che i Fiorentini avevano acquistato dai Genovesi la Signoria di Livorno, quando i pirati giunti in numero imponente demolirono la chiesa e la cappella dedicata a San Gorgonio e dispersero ogni reliquia e dopo aver rapinato tutto quanto fosse possibile, assediarono l’abate e i suoi nove monaci che si erano asserragliati nella Torre Vecchia.

1724: I MONACI CERTOSINI ABBANDONANO L’ISOLA
Questa volta il colpo fu mortale perchè ai certosini mancavano i soldi per riparare il mulino e le altre costruzioni che gli davano i mezzi per sostenersi e perciò abbandonarono l’isola trasferendosi alla Certosa di Calci (Pisa). Il Papa Martino V conferi’ in perpetuo al Priore della Certosa di Calci la dignita’ di Abate della Gorgona, aggregandone ogni bene e diritto.

FIRENZE INSTALLA UN PRESIDIO SULL’ISOLA
Con l’abbandono dell’isola da parte dei monaci avvenuta nel 1424 e col passare la Toscana sotto il Dominio del Granduca Cosimo I dei Medici, con la scusa di darle sicurezza, Firenze si curò sollecitamente di darle un presidio, insediato nella Torre Vecchia, disponendo inoltre fin da allora, per un rafforzamento delle difese con l’erezione di una Torre Nuova, fra l’altro senza chiedere nessun permesso alla Certosa padrona dei terreni. I Benedettini nell’anno 1445 chiesero al Papa la restituzione dell’isola al loro ordine quali primitivi possessori dell’Abbazia di San Gorgonio, stante l’evidente abbandono da parte dei Certosini che, per evitare che cio’ accadesse, si impegnarono a far ritorno sull’isola. La voglia di ottenere il dominio dell’isola da parte dei Granduchi veniva incrementato negli anni successivi a tal punto che essi vi insediarono un Castellano tra le cui incombenze rientrava pure quella di esigere quanto dovuto per ancoraggi e gabelle varie, dai pescatori che per tutto il Seicento e che si davano convegno ogni anno da maggio alla fine di agosto, per la pesca delle acciughe, che in queste acque erano in ogni tempo celebratissime. Queste barche partivano da Camogli, dalla zona del golfo di Napoli e dalle vicine Capraia e Elba e superavano le 100 unità e non erano in maggior numero soltanto per questioni di spazio necessario per ancorare e tendere le reti.

I GRANDUCHI OTTENGONO L’ALTO DOMINIO SULL’ISOLA
Tutto questo era diventato un diritto per i Granduchi perchè in conseguenza dell’abbandono dell’isola da parte dei Certosini, due Papi di casa Medici, Leone X e Clemente VII, avevano emesso due bolle che davano a Firenze l’Alto Dominio sull’isola di Gorgona. Soltanto nel 1633 per accontentare i bisogni religiosi delle famiglie dei pescatori che vi si erano stabiliti in seguito all’accresciuta sicurezza la Cerosa di Calci provvide stipendiando un cappellano.

1704: I MONACI VOGLIONO TORNARE SULL’ISOLA
La permanenza di un castellano e il costante accrescersi delle sue pretese sui proventi dell’isola, in particolare quelle dei "diritti" esigibili dai pescatori stagionali , finirono con l’indurre, nel ‘700, il Priore Fedeli a riconsiderare per intero la questione degli inammissibili danni, derivati dalla mancata presenza del "vero" proprietario sul posto e percio’ succubi ad ogni arbitrio e usurpazione da parte del Castellano che era praticamente il solo ad esercitarne il possesso. La sola cosa da fare era tornare a stabilirsi sull’isola dopo aver regolato con Firenze, una volta per sempre, se non la questione di un "alto dominio", a cui si era già rinunciato per sempre, almeno a tutelare ogni diritto d’ogni privato al godimento della proprietà dei terreni, dei pascoli, delle fonti e di quant’altro sull’isola si potesse riconnettere. Tutto cio’ venne esposto dal Priore in una supplica a Cosimo III e fini’ per essere considerevolmente e cosi’, dopo molto patteggiare e discutere si giunse ad un contratto tra Granducato e Certosa datato 2 maggio 1704 (altri indicano il 28 giugno 1705 pisano).
.jpg)
28 GIUGNO 1705: IL CONTRATTO TRA GRANDUCATO E CERTOSA
I Certosini vennero istruiti direttamente da Roma a non accettare clausole contrattuali che mettessero in discussione l’antica proprieta’ della Certosa sulla Gorgona, in particolare rigettare l’imposizione del cero da pagarsi in occasione della festa di S. G. Battista e la pesca in mare doveva essere accordata per tutto l’anno. Nell’accordo definitivo queste richieste furono accolte ma i Certosini acconsentirono a cedere in uso per farvi legna taluni appezzamenti intorno alle Torri, e oltre a riconoscere l’alto dominio granducale, s’impegnavano di mettere a cultura l’isola e darsi da fare per ripopolarla incrementandone la pesca per poter approvvigionare Livorno, Pisa e Firenze. Si impegnavano a lasciare libero lo scalo maestro per il comodo dei marinai, passeggeri e pescatori e fatto ben più importante venivano scorporate dal possesso della Certosa 600 staiora di terreno attorno alla Torre Vecchia perche’ considerate indispensabili alla corona, oltre che appezzamenti per il Castellano e il Rettore dell’isola. Il Granduca avrebbe legiferato e amministrato chi fosse andato a stabilirsi sull’isola così come tutti gli altri sudditi dei suoi Stati e province.

1705: I CERTOSINI RITORNANO SULL’ISOLA
Nell’entusiasmo dei primi momenti di questo ritorno i Certosini si impegnarono in una serie di imprese, forse superiori alle loro stesse possibilità, dandosi a costruzioni estremamente dispendiose per le loro tasche. Per il traffico regolare tra l’isola e Livorno si erano addirittura assicurati la mezza caratura d’un "navicellone" chiamato Sant’Annunziata che prese a navigare con la bandiera spiegata con emblemi le immagini della Madonna e dei Santi Bruno e Gorgonio. Fu costruita la Chiesa parrocchiale (intitolata ai Santi Maria e Gorgonio), la dimora del curato a Cala Maestra, un magazzino per le grascie (prodotti della terra) oltre a case e magazzini da dare in affitto a pescatori e coloni che avessero voluto stabilirvisi. La Chiesa, collocata al centro di Cala dello Scalo, era in posizione ottimale per poter impartire i sacramenti ai pescatori poiché vicina ai magazzini gia’ esistenti e affittati ai pescatori. La struttura, opera del maestro Agostino di Antonio Zolla da Varese, venne consacrata il 21 gennaio 1723. Il 31 agosto con un rogito sotto forma di scrittura privata fu data procura a Don Luciano Giuntini, nuovo Rettore della parrocchia, e al Castellano dell’isola Ferdinando Moretti, come veri e legittimi provveditori della Certosa in Gorgona.
I MORETTI PRIMI CASTELLANI DELLA GORGONA
Il Castellano era una figura che venne introdotta dai Granduchi per avere la possibilita’ di controllare un territorio dove fisicamente era impossibile far sentire la propria presenza. Il compenso che gli veniva dato era puramente simbolico, ma proprio per le attribuzioni che gli venivano conferite, poteva facilmente guadagnare vessando con gabelle assurde i pescatori e intascando tangenti per fare favori a quelli piu’ accomodanti. Le sue truppe erano costituite perlopiù, da scampa forche rastrellati via via e che ne formavano il nerbo e che facevano impunemente razzia dei polli e dei prodotti pertinenti ai frati ed ai coloni, legnando poi di santa ragione, non tanto chi tentava di opporsi, ma anche soltanto di protestare. Ogni abuso da esse compiuto era impunito in quanto ogni diatriba succedesse sull’isola era da regolarsi col castellano che rappresentava la stessa autorita’ del Granduca. I pescatori, potendo spostarsi nel continente erano gli unici che potevano protestare alle autorita’ competenti stanziate a Livorno, ma succedeva sempre che per tutelare gli interessi più grandi, finiva tutto con al massimo una bonaria tirata d’orecchie rappresentata da una lettera ufficiale che niente cambiava nella sostanza. A Marco di Bastiano da Castelvecchio era gia’ capitano di S.A.R. quando, nel 1621, gli viene dato atto di vivere e servire da molti anni in Gorgona (A.S.L. Comune 2125, 9 maggio 1621 c.28). A lui seguono negli anni altri Castellani della famiglia tra i quali, Ferdinando II, Marco (prende la patente di Castellano nel 1628), Gorgonio (e’ gia’ castellano nel 1648), un altro Ferdinando probabile pronipote dell’omonimo (gia’ castellano nel 1698). Insomma la famiglia Moretti è da tempo saldamente insediata sull’isola ed è forte, se non della stima, almeno dell’interessata e compicente considerazione da parte dell’amministrazione granducale. L’ultimo castellano della famiglia Moretti fu Pietro che mori’ nel 1762.

LITI TRA CASTELLANO E CERTOSINI
L’idillio fra frati e castellano durò ben poco e già nel 1706 scoppiò una lite per una eccessiva quantita’ di pescato che, a parere dei Certosini, il Moretti percepiva a titolo personale dai vari pescatori. Era infatti ormai consuetudine che per ogni barca il Castellano pretendesse "lo spigone" ossia il ricavato di una rete di pesca a sua scelta. Ogni barca usava fino a cinquanta reti. Quindi il castellano percepiva a detta dei monaci 100 reti di pesce a sua scelta che corrispondevano a circa 500 barili (circa 10 tonnellate) di pesce! Del resto per i frati era stata reintrodotta la vecchia consuetudine del quartarolo di acciughe salate (1/4 di barile ovvero 5 kg circa) per ogni barca, per ogni anno in piu’ al ricavo degli affitti dei magazzini che era di circa 2 barili (40 kg circa) all’anno per ciascun edificio. Col tempo e in assenza dei Certosini si era instaurata una connivenza tra gruppi e famiglie di pescatori forestieri e i rappresentanti dell’amministrazione granducale, soprattutto per l’assegnazione dei posti migliori per asciugare le reti e lavorare il pescato. Negli anni seguenti sia il castellano che i Certosini continuarono quando di concerto, ma piu’ spesso in contrasto, a gestire i rapporti con i pescatori favorendone alcuni e sfavorendone altri.
VERE MOTIVAZIONI DEI DISSIDI TRA CASTELLANO E MONACI
Tutti i soprusi e le rivendicazioni dei Castellani erano soltanto una conseguenza diretta del comportamento dei Granduchi che, se da una parte erano costretti a mantenere una "facciata" di legalita’ promulgando leggi scritte che potessero mettere ordine tra le parti, in realtà lasciavano impuniti i Castellani e questo non faceva altro che trasformare i loro soprusi in diritti acquisiti. Questo comportamento altamente immorale dei Granduchi era dovuto al fatto che dietro tutto questo stava un affare che negli anni era diventato sempre piu’ grande, cioe’ i proventi della pesca delle acciughe. Verso la metà del 1700 questa pesca era diventata, grazie ai pescatori stranieri della Repubblica Genovese provenienti dalla vicina Camogli e quelli provenienti dal Regno di Napoli, la prima per quantita’ di tutto il mondo. Inoltre la qualita’ delle acciughe della Gorgona era sempre stata la migliore in assoluto, soprattutto per le caratteristiche di elevata conservazione del prodotto salato e confezionato nei barilotti. Inoltre a Livorno si smerciavano tutte le acciughe provenienti anche dagli altri posti e quindi Livorno deteneva in quei tempi il mercato mondiale con le esportazioni in Inghilterra e, soprattutto, nelle colonie americane che avevano in Livorno il loro porto di riferimento. Tutto questo mercato generava poi un grosso indotto, come per esempio quello della fabbricazione dei barili e dei barilotti di legno che servivano per conservare il salume, oltre che il sale per la salagione, la corteccia per tingere le reti e tutto quanto servisse ai pescatori per il loro mestiere.

LE ACCIUGHE
Le acciughe entravano nel mediterraneo dallo stretto di Gibilterra in grande quantità e perciò la loro pesca si poteva fare in Spagna lungo le coste della Catalogna, in Francia sulle coste vicino a Marsiglia, nella Repubblica di Genova, sia sulle coste di fronte a Genova e sia alla Capraia, nel Granducato alla Gorgona e non sempre tutti gli anni lungo le coste del litorale in particolare a S. Vincenzo, nel principato di Piombino sull’isola d’Elba a Marciana e infine ogni anno queste giungono in Sicila. La pesca nel litorale toscano avveniva dai primi di maggio fino alla fine di giugno davanti alla torre di S. Vincenzo a circa 5 miglia dalla costa. Alla Gorgona invece, ogni anno puntualmente, cominciava ai primi di luglio fino alla metà o alla fine di agost,o e si faceva a 10-15 miglia dall’isola ma non tutti i giorni era fruttuosa, soprattutto non si faceva quasi mai nei soliti luoghi che cambiavano in base alle condizioni meteorologiche. In particolare succedeva che qui, al contrario che altrove, alcuni banchi di acciughe si stanziassero permanentemente sul fondo del mare per il resto dell’anno. L’acciuga è un piccolo pesce che è molto facile che si degradi e vada a male in poche ore una volta fuori dall’acqua e per questo andava messo nei bariletti o nei bariloni stivato a strati ricoperti col sale. Alcuni ritenevano che non tutti i sali fossero uguali e in particolare che quello di Trapani fosse migliore di quello di Portoferraio o viceversa. Il sale, incorporandosi con le acciughe, formava una salamoia che si conservava per lungo tempo. All’acciuga veniva tolta la testa prima della salagione e in alcune altre zone come in Provenza, in Capraia e in Sicila anche le interiora considerate non buone. Le acciughe spagnole erano considerate le peggiori perché troppo piccole, anche se erano molto vendute sulla piazza di Napoli; quelle della Provenza erano buone, ma il salume che se ne faceva aveva l’aggiunta di una spezia, la zanobita, che gli conferisce un color rosso e un sapore particolare che a pochi piaceva. Quelle pescate a San Vincenzo avevano corrose le parti del collo, a causa di un particolare modo di mangiare dovuto alle condizioni del luogo. Le siciliane a lungo andare diventavano gialle, non si sfacevano con la salsa e avevano un difetto portandosi dietro il gusto di rancido. Le acciughe della Gorgona e della Capraia da bianche che erano diventavano rosse, si sfacevano quando si usavano per farne un’ottima salsa ed erano, a quei tempi,universalmente considerate le migliori. Erano talmente considerate le migliori che erano quelle espressamente richieste dagli Inglesi, anche se, forse, quelle Capraiesi erano ancor migliori perché salate in proporzione più giusta, ma alla fine,comunque, venivano smerciate come fossero della Gorgona.

COME SI SVOLGEVA LA PESCA ALLE ACCIUGHE
In Spagna o in Provenza si pescava con le sciabiche e cioè con delle grandi reti lunghe circa un quarto di miglio che raccolglievano come in un saccone tantissime acciughe. Da tutte le parti si faceva la pesca notturna con un lume che le attirava e venivano catturate con piccole sciabiche in alcune calei o golfi di mare, per esempio in una particolare golfo al Lungone, oppure si praticava senza luce in particolare con l’albore della sera, o della mattina, azzardando e anche dove si erano viste il giorno si provava anche la notte se per caso c’era la luna piena.Un’altra traccia importante per cercarle in mare aperto erano i gabbiani che andavano a caccia quando con il caldo dell’estate queste tendevano a venire a galla e questo era vero in particolar modo alla Gorgona oltre che a Capraia, al Giglio, sulla costa davanti a Genova e in Sicilia. Alla Gorgona le reti usate dai pescatori si chiamavano spigoni ed avevano la forma di un parallelogramma di mille maglie di lunghezza (Cento palmi o 40 braccia toscane) e cinquecento di larghezza ovvero di circa 2,4 m x 1,2 m. I pescatori Napoletani utilizzavano delle reti molto più grandi. Si calavano in fila legati e con i piombi in fondo e con i sugheri nella cima e , ogni dieci spigoni si legavano un bel po’ di sugheri per sorreggerli meglio. Ogni barca calava moltissimi spigoni uno di fila al’’altro in modo che restassero distesi e l’altro capo veniva tenuto da una fune fissata ad una barchetta la quale viene trainata dolcemente dalla corrente stessa insieme agli spigoni. Le acciughe restavano incastrate con la testa e intrappolate per il collo nei piccoli fori delle maglie e cosi’ non potevano piu’ scappare. Erano in gran numero i pescatori che praticavano questa pesca ad una distanza tra loro di un tiro di schippo, ovvero abbastanza vicini da darsi fastidio l’un l’altro e cosi’ spesso scoppiavano delle liti talvolta anche molto accese.

NUMERO DEI PESCATORI CONCORRENTI ALLA PESCA DELLE ACCIUGHE
Innanzitutto bisogna sapere quanti erano quei pescatori e che alcuni di loro andavano a pescare prima a San Vincenzo e poi si spostavano alla Gorgona, oltre che alla Capraia o a Marciana, e questi potevano variare di numero di anno in anno a seconda di quanto fosse feconda la pesca. Alla Gorgona non potevano andare in molti in quanto lo spazio sia per attraccare, ma soprattutto per tendere le reti ad asciugare, era molto limitato. Le barche a San Vincenzo erano circa 60, composte prevalentemente da Camoglini, e la maggior parte di essi si spostavano alla Gorgona ed erano composte da equipaggi di 5-6 persone, compreso il padrone, e uno di loro era per tradizione secolare un ragazzo di 9-10 anni mantenuto da tutti gli altri della ciurma. Verso la metà del settecento le imbarcazioni diventarono un po’ più grandi e oltre ai Camogliesi si aggiunsero i Napoletani ed alla Gorgona si superavano di molto le 100 imbarcazioni. Successivamente ancora tale numero tornò sotto le cento unità poichè sull’isola erano ulteriormente diminuiti i luoghi per poter tendere ad asciugare le reti. Quindi si puo’ stimare che alla Gorgona giungessero per circa tre mesi l’anno dalle 500 alle 800 persone, alcune delle quali con le rispettive famiglie.

SPESE NECESSARIE PER AFFRONTARE LA PESCA ALLE ACCIUGHE
Ogni padrone di barca possedeva dai 50 ai 100 spigoni per barca che costavano circa 3 zecchini ciascuno e che duravano circa 10 anni. Talvolta venivano persi perché si strappavano o perché si scioglievano e venivano portati via dalla corrente, senza considerare i furti. Gli spigoni venivano fabbricati a Camogli con apposito filo di Lino di Cremona. Era necessario acquistare anche i barilotti, o i bariloni, dove poter mettere le acciughe pescate, e questi venivano costruiti da manifattura femminile a Genova con legno di faggio; successivamente, ovvero verso la meta’ del settecento, la maggior produzione si era spostata a Livorno al prezzo di circa 1 lira per bariletto. Un barilone equivaleva a un poco meno di sette bariletti ed era il modo in cui venivano acquistate a Livorno dai diversi mercanti le acciughe provenienti dalla Sicilia, e i bariloni, una volta svuotati del loro contenuto iniziale venivano dagli stessi rivenduti ai pescatori locali per 1 lira ciascuno. Per ingannare le acciughe era necessario che li spigoni fossero di un colore vinato e per far questo si usava la scorza di pino. Tale operazione andava effettuata periodicamente perche’ le reti si scolorivano pian piano per effetto dell’acqua, del sole e del sangue delle acciughe. La scorza veniva acquistata a Genova o a Livorno con un prezzo che si aggirava attorno ai 5 pavoli il Cento. Ogni barca doveva tingere in una caldaia circa 4 volte le proprie reti consumando circa cento libbre di detta scorza pestata per ogni tintura. Alla Gorgona i pescatori potevano a loro comodo tagliare le legna occorrenti, che con ogni probabilità erano di proprieta’ della Certosa, per far bollire le caldaie dove venivano tinte le reti. Le caldaie venivano noleggiate dal castellano pagando mezza pezza l’anno per barca per ogni pescatore. Non si pagava l’ancoraggio, che era assegnato direttamente dal castellano, ma si pagavano circa 2 pezze e mezzo per barca alla Certosa per il noleggio dei magazzini. Il sale di Portoferraio era l’unica cosa a buon prezzo rispetto agli altri monopoli e da Pietro Leopoldo era stato fissato a Lire 1 le 100 libbre.

GABELLE E SPESE SUPERFLUE
Ogni barca, ogni giorno di pesca, pagava come tangente ormai legalizzata uno spigone, ovvero una rete a scelta del castellano. Chi non attraccava allo Scalo ma andava in altre parti di Gorgona pagava ai frati un bariletto per barca, non per ogni giornata, ma per tutto il tempo che durava la pesca. Alla Certosa andava inoltre il famoso quartarolo (quarto) di acciughe salate, che nel tempo per evitare interpretazioni contrastanti, era rimasto solo nominalmente un quarto di barile, ma era diventato in realtà una misura precisa, ovvero tredici libbre di acciughe fresche. Si pagavano inoltre, gli stallaggi che consistevano in circa 10 soldi per un bariletto e 30 per un barilone e questa tassa era pagata con molta ripugnanza poiché non ritenuta motivata. Veniva pagata una tassa detta di senseria di 3 soldi per bariletto e 6 crazie per il barilone per la vendita delle acciughe ai compratori che, a loro volta pagavano una tassa di 2 soldi il bariletto e 6 crazie il barilone. Oltre a queste tasse dovute c’erano poi una serie di comportamenti tradizionali che comportavano ulteriori esborsi. Per esempio il curato, a titolo di decima, di assistenza spirituale, di qualche Messa accumulava in fondo all’anno una quarantina di bariletti di acciughe. I frati questuanti ne ammassavano anche il doppio. I pescatori amavano molto bere il vino e l’acquavite che venivano acquistatati dalle filuche dei mercanti di Corsica e Marciana d’Elba che giungevano sull’isola poco prima che cominciasse la pesca delle acciughe. Questo fatto comportava anche un altro problema ovvero quello dei disordini che nascevano in conseguenza degli stati di ubriachezza i che si creavano allo scalo dove vevenivano smerciate le bevande. C’erano poi nell’isola certe mignotte che, ad ogni parola, ogni passo, ogni promessa di servizio fino ai segni esterni di benevolenza, tutto mettevano al prezzo di acciughe, e tutto veniva pagato a vista. Per i castellani tutto questo era sicuramente un male morale, ma politicamente parlando l’effetto era vantaggioso, infatti, spendendo acciughe per questi servizi, i pescatori forestieri quando tornavano alle loro Nazioni, si portavano fuori dallo Stato meno contante.

ALTI E BASSI DELLA PESCA ALLE ACCIUGHE
La pesca era molto variabile di anno in anno e poteva essere abbondante o povera con tantissima differenza a tal punto che si poteva andare da soli 1000 bariletti fino a 15000 o più. Le commissioni arrivavano direttamente dall’Inghilterra e anche questa variava con gli anni e dipendeva inoltre anche dalla pesca nelle altre zone, in particolare quella in Sicilia perché la maggiore. Si poteva andare dal pagare ai pescatori 4 lire e mezzo al bariletto, col peso dello stallaggio accollato ai compratori, fino alle 18 lire al bariletto. Si deduce che c’era molto azzardo nella pesca e, come succede nei giochi d’azzardo dove chi possiede piu’ denaro, come per esempio il banco, ha più possibilità di vittoria, cosi allora a fare i grossi guadagni sicuri erano i mercanti, che se fosse stata un annata scarsa, potevano diminuire il prezzo da pagare ai pescatori conservando così un buon margine di lucro. Inoltre, compravano la merce in bariloni e poi, di nascosto nei magazzini, la trasferivano in bariletti, che così rivendevano ad un prezzo piu’ alto evadendo il fisco.
FRODI DEI PESCATORI D’ACCIUGHE
Se gli stessi pescatori erano vessati da ingiuste gabelle anche loro non si comportavano certo correttamente e quando potevano cercavano di guadagnare anche facendo azioni immorali oltre che illecite. Anche queste azioni erano talmente frequenti che, al pari degli emolumenti da dare al castellano, erano diventati ormai una cosa normale. La prima frode che veniva fatta era quella di salare col sale di Gorgona, che aveva un prezzo politico più basso per incentivare la pesca, anche le acciughe pescate in altre zone. Questo era possibile perché era uso caricare del sale nelle barche prima della pesca che, a causa del fatto che talvolta non fosse possibile rientrare per le avverse condizioni atmosferiche e così si doveva salare a bordo in modo che il pesce pescato non si avariasse. Un’altra frode molto comune consisteva nel fatto di mettere più sale del necessario nei barili durante la salagione in modo da poterne riutilizzare una parte riaprendoli successivamente. Un’altra frode ancora era quella di mettere volutamente più sale durante la salatura e questo perché, rispetto alle acciughe, questo aveva un prezzo piu’ basso e quindi, a parita’ di peso, si ricavava un maggior guadagno. Ma esisteva una frode ancor più disdicevole e che, per fortuna, veniva fatta soltanto di rado, anche perché se per le frodi appena descritte non esistevano rischi perche’ era impossibile per le autorita’ dimostrare il contrario, questa invece era ben evidente e consisteva nell’utilizzare delle teste, che invece andavano scartate, per fare la salamoia. A quanto si narra queste frodi erano frequenti alla Gorgona e non praticate invece dai pescatori della Capraia. Dopo la metà del settecento le ordinazioni di acciughe di Gorgona da parte degli Inglesi erano diminuite in modo considerevole. I funzionari granducali davano la colpa di questo fatto proprio alle alterazioni del prodotto dovute alle frodi che ne alteravano la qualita’, questo perche’ ritenevano impossibile dare altre spiegazioni essendo le acciughe di Gorgona di gran lunga superiori alle altre pescate negli altri Stati. Probabilmente era l’inizio delle rivolte nelle colonie americane che ne erano forti consumatrici, la causa maggiore della diminuzione della domanda.

ALTRI TIPI DI PESCA PRATICATI ALLA GORGONA
La pesca alla Gorgona veniva divisa in due rami principali a seconda della distanza dalla costa. Era detta sotto tiro, quella che poteva essere fatta entro la gittata dei cannoni delle torri di guardia e fuori tiro l’altra e ciascuna di queste due ancora suddivisa in continua e in periodica. La continua sotto tiro era quella del pesce di scoglio che si faceva con le nasse (trappole di forma cilindrica) catturando il pesce vivo per conservarlo nei vivai. La periodica che andava da ottobre fino ad aprile sempre sotto tiro era quella agli zerri e delle boghe che salati e marinati venivano portati per lo smercio ai mercanti di Livorno. Faceva parte della periodica anche quella delle cavalle praticata da maggio a tutto agosto e che venivano mandate fresche ai mercati di Livorno. Fuori tiro in ogni stagione si effettuava la pesca del pesce detto di fortuna ossia pesce nobile, e stagionalmente quella alle acciughe. La pesca al pesce nobile era molto remunerativa ma era praticata da pochi o addirittura da nessuno durante l’autunno e l’inverno perché richiedeva maggiori risorse economiche abbisognando di imbarcazioni piu’ grandi e, soprattutto, era molto piu’ rischiosa per il fatto che si doveva affrontare il mare aperto in stagioni poco favorevoli ed, inoltre, a quei tempi, erano ancora numerosi i pesci spada che rappresentavano un pericolo per le imbarcazioni più piccole. I delfini che giravano numerosi erano pericolosi perché se entravano nelle reti le rovinavano. C’e’ da considerare che la fauna di allora era molto piu’ numerosa rispetto ai giorni nostri, basti pensare che nelle insenature dell’isola era ancora presente l’ormai estinta foca monaca.
 |
I BASTIMENTI DEI PESCATORI DELL’EPOCA
I nomi piu’ comuni per le barche erano quelli religiosi come S. Antonio, S. Giuseppe, S. Fortunato, S. Domenico, ma anche Immacolata Concezione, Nostra Signora della Pietà, nostra Signora del Rosario e Spirito Santo. Le imbarcazioni dei pescatori del tempo erano: la gondola nelle sue varianti (genovese, capraiese, corsa), lo Schifo, la Tarchia, il Gozzo, la Feluca, il Liuto, la Latina, il Leudo, il Brigantino, il Gondolone, la Goletta, il Pinco e le Tartane di vario tipo (francesi,italiane). L'imbarcazione più usata ai tempi, soprattutto dai Genovesi, per la pesca delle acciughe era il Leudo.

LEUDO TOSCANO O GOZZONE
I leudi rimasti rappresentano un punto di arrivo dell’evoluzione di un tipo di imbarcazione intimamente connessa con la cultura del mare dei Liguri. L’origine dei leudi infatti si perde nel tempo. A riguardo sono state vagliate due ipotesi principali. La prima vede come progenitore di questo tipo d’imbarcazione, la cimba bizantina. Un’altra ipotesi suggerisce una derivazione da una barca di struttura simile, di origine catalana, chiamata "lau". Il leudo nasce come un’imbarcazione a vela da lavoro, adibita fondamentalmente al trasporto di merci varie per i traffici del Mediterraneo e, talvolta, alla pesca. La sua caratteristica peculiare era quella di essere un’imbarcazione alturiera operativa a partire dalle spiagge e perciò autosufficiente nell’alaggio, cioè con questa barca era possibile attraccare anche su una normale spiaggia. Questo perché, dall’antichità fino all’ottocento, la navigazione nel Mediterraneo poteva contare su un numero molto scarso di buoni porti, in quanto le piccole comunità marinare non avevano i mezzi necessari per costruire moli, frangiflutti che erano opere molto costose.In questo modo si potevano sfruttare gli approdi naturali. Lo scafo del leudo era realizzato in maniera da poter fare a meno dei porti, in quanto poteva essere facilmente tirato in secca anche a pieno carico, oppure se ne poteva spingere la prua fino a pochi metri dalla riva, agevolando così il carico e lo scarico di merci e passeggeri, per cui sia la forma che le dimensioni dello scafo erano tarate in funzione di questa sua fondamentale qualità. In sostanza il leudo era un legno tondo con estremità a cuneo, armato con una vela latina issata su un albero a calcese inclinato in avanti, ed un fiocco, detto polaccone, che veniva teso su un’asta posta a dritta della pernaccia, e che poteva essere rientrata in coperta. Le dimensioni dei leudi variavano in base al modello e all’impiego al quale erano destinati e se ne potevano distinguere varie categorie.
.jpg)
Le principali erano: leudi da traffico e leudi da pesca. A loro volta queste due categorie si potevano suddividere a seconda del carico trasportato o della funzione svolta. I leudi da traffico venivano definiti: Leudo vinacciere, Leudo formaggiaio, Leudo zavorraio. I Leudi da pesca invece erano: Leudo toscanello, per la pesca d’altura (detto anche gozzone), Leudo per la pesca locale, o latino (detto anche gozzo da manate). Il Leudo vinacciere si distingueva dagli altri per via delle sue forme più piene e tondeggianti. Inoltre sul ponte, come in sottocoperta, erano presenti botti fisse per il trasporto del vino con relative attrezzature (pompe, tini, manichette). La loro lunghezza era superiore a tutti gli altri tipi di Leudo ed arrivava mediamente tra i 14 e i 15 metri. La particolarità del leudo formaggiaio invece era rappresentata fondamentalmente dalla suddivisione degli spazi interni. Sottocoperta infatti erano presenti delle scaffalature dove venivano posate le forme di formaggio. Queste, in navigazione, richiedevano particolari cure in quanto dovevano essere continuamente unte d’olio allo scopo di evitare muffe e che il formaggio si asciugasse diminuendo così di peso. Il Leudo zavorraio veniva utilizzato per il trasporto della sabbia. Differiva dai precedenti in quanto presentava fianchi più svasati e una lunghezza leggermente inferiore (13/15 metri) caratteristica che rendeva l’imbarcazione snella ed elegante. Il Leudo toscanello, piu’ snello dei precedenti, aveva una lunghezza che variava tra i 10 e i 12 metri. Il nome toscanello derivava proprio dal fatto che questo tipo di barca era impegnata sovente nelle campagne di pesca presso l’isola di Gorgona, in Toscana. Infine, il Leudo latino era il piu’ piccolo della famiglia. Lo scafo non supera i 9 metri di lunghezza. La sua attrezzatura velica era estremamente semplificata. Rientrava comunque nella classe dei leudi per l’identità delle linee e per la presenza degli scalmotti nell’ossatura e del ponte. Lo scafo del leudo è il risultato del difficile compromesso tra tre caratteristiche tra loro apparentemente contraddittorie: poteva essere tirato in spiaggia, aveva una buona tenuta in mare e infine aveva una notevole portata. Era cioè una vera piccola nave, in quanto, nonostante fosse costruito per essere tirato in secca, la forma del suo scafo consentiva anche di affrontare navigazioni d’altura. Poteva quindi navigare per tutto il Mar Tirreno, spingersi fino in Spagna o nel Mar Ionio. Inoltre, grazie alle forme molto simili a quelle di un gozzo, aveva una notevole capacità di carico, tra le 25 e le 30 tonnellate. Proprio a causa della sua funzione commerciale, era un’imbarcazione con forme proprie, ma piuttosto semplice: veniva realizzata con legno di pino, quercia e rovere e veniva dipinto con colori cosiddetti economici, come il minio e il bianco. La linea di galleggiamento veniva segnata con il colore verde e verdi erano anche i teli di copertura delle stive che venivano fissati con ferri assicurati dai lucchetti. Due caratteristiche fondamentali erano l’assenza della deriva e la presenza di un pronunciato bolzone che serviva sia ad aumentare la capacità di carico, sia a creare la bolla d’aria necessaria a mantenere stabile la barca ed evitarne il capovolgimento. La vita di bordo era molto dura soprattutto perché gli alloggi per l’equipaggio erano particolarmente spartani. Per cucinare si utilizzava un fornello a carbonella, chiamato "gnafra", che era, però, possibile utilizzare solo con il bel tempo. La dispensa di bordo era tipicamente fornita da piccole scorte di stoccafisso, gallette, fagioli, patate, cipolle e l’immancabile basilico. Ricetta tipica della cucina di navigazione era quella del "bagnùn" che veniva servito con gallette. L’albero inclinato serviva sia ad agevolare l’operazione del cambio delle vele nella virata di bordo che di allungare l’antenna per ottenere una superficie velica maggiore. Questo tipo d’imbarcazione veniva costruita senza un piano preciso di costruzione, ad occhio, dai maestri d’ascia che firmavano con il loro tipo d’incastro. Non ci sono infatti disegni tecnici, se non rilievi moderni fatti in occasione dei restauri, che risultano essere materiale preziosissimo a scopo di studio. Uno dei cantieri più attivi era quello dei Figallo, a Lavagna, ad oggi perduto. Le rotte commerciali dei leudi interessavano principalmente le coste tirreniche, le grandi isole, le nostre coste liguri e, a volte, anche la Grecia e la Spagna. Gli equipaggi compivano preferibilmente una navigazione sottocosta, anche se venivano affrontati tratti di mare aperto. I capitani di questi piccoli ma robusti velieri erano al tempo stesso mercanti e armatori e si trattava di attività a conduzione familiare. Normalmente l’equipaggio era composto da sei persone e non trasportava merci per conto di terzi, ma partiva con un carico di merci proprie che venivano commerciate direttamente nel punto di approdo. Al ritorno si caricava merce che potesse essere di interesse nel punto di arrivo. Gli spostamenti non avvenivano mai a vuoto, anzi, le imbarcazioni venivano stipate all’invarosimile, anche per una questione di ergonomia della navigazione, oltre che di economia della spedizione e non sono infrequenti le storie di eliminazione del carico per scampare al naufragio. Se capitava un trasporto, il guadagno veniva distribuito tra i membri della famiglia o destinato agli investimenti. L’attività del commercio dei vini era tra le più antiche e caratteristiche. Infatti basta guardare una qualunque foto storica per distinguere le forme massicce delle imbarcazioni destinate a questo tipo di servizio. Le spedizioni si spingevano in ogni parte del Mediterraneo, dalla Francia fino alla Sicilia, ma nel 900 le località più frequentate erano le coste della Sardegna e dell’isola d’Elba. Quando l’imbarcazione giungeva a destinazione, i padroni ed i mediatori battevano le fattorie dell’isola in cerca di vino. Trovata la merce e contrattato il prezzo, il vino veniva trasportato a riva entro appositi otri di pelle di capra caricati sui muli. Dagli otri, il vino veniva travasato nelle baie e nei tini, che facevano da misura, quindi per mezzo di manichette e pompe veniva travasato nelle botti fisse di bordo. Al ritorno, prima di tirare il leudo in secca, si scaricavano le botti di coperta, in modo che il loro peso, unito agli inevitabili scossoni dell’alaggio, non danneggiasse l’impavesata. La botte veniva legata ad una cima detta "và e vieni", che aveva un capo a bordo e uno a terra. Sollevata di peso dagli uomini dell’equipaggio, la botte era gettata in mare e recuperata velocemente dagli uomini sulla battigia. Questi ultimi passavano poi la botte ad altri uomini, che, per mezzo di un cavo detto "lentìa", la facevano rotolare lungo la spiaggia. Compiuta questa operazione, il leudo veniva alato sulla spiaggia. L’operazione di tiro era compiuta da parecchie persone, solitamente partecipava tutta la comunità, che potevano venire retribuite in moneta o in natura. Dopo iniziava la vendita delle merci di bordo sulla spiaggia per trattativa diretta. La principale meta dei leudi formaggiai era la Sardegna da dove si importava soprattutto il pecorino salato. Come i padroni dei vinacceri, i formaggiai si recavano nelle diverse fattorie per acquistare i prodotti, oppure si servivano di mediatori conosciuti che si curavano di preparare i carichi per il loro arrivo. L’uso dei leudi cessò nel secondo dopoguerra, con l’avvento della rete stradale ligure e a causa della concorrenza di navi più veloci che resero il mezzo desueto. Il maggior centro di caricamento della sabbia, nella riviera di levante, si trovava alla foce del fiume Magra dove si poteva operare tutto l’anno. Essendo le spiagge di proprietà demaniale, per asportare la sabbia occorreva un permesso speciale, difficile però da ottenere, per cui spesso si operava di frodo. Il leudo per effettuare il carico, non veniva messo in secca, ma arenato con la prua nella battigia. Un’ancora, affondata precedentemente da poppa, serviva a spostare il leudo verso il mare aperto mentre il carico lo appesantiva, causando l’abbassamento della linea di galleggiamento. Le operazioni di carico e scarico avvenivano sistemando tra il basto di prora e la spiaggia una lunga tavola percorsa di continuo dagli uomini dell’equipaggio che portavano pesanti coffe di 50/60 kg di peso.

LA PIRATERIA
Fino all’inizio del settecento le coste e le isole erano pressoché impopolate poiché era estremamente pericoloso viverci per l’arrivo improvviso dei pirati barbareschi che razziavano e catturavano schiavi tra la popolazione. Si viveva perlopiù rinchiusi in delle fortezze, dalle quali si usciva soltanto per andare a lavorare i campi, e al suono della campana si correva a rifugiarsi al grido "li turchi alla marina" o dentro le mura che fortificavano la città, oppure ci si dava alla macchia sulle montagne e nei boschi. Il nemico si presentava veloce e improvviso e, a seconda del comandante, talvolta più buono, e che si accontentava di una donazione di oro o preziosi di qualunque genere raccolti tra la popolazione assediata, mentre invece altre volte si mostrava feroce e distruggeva tutto ciò che trovava sul suo cammino, catturando migliaia di schiavi. Da documenti trovati nel 1977 al Cairo, risulta che gli attacchi dei pirati sulle coste siciliane, partendo dall’Egitto, non subirono mai un blocco vero e proprio. Le incursioni musulmane, provenienti dai paesi rivieraschi dell’Africa Settentrionale, registrarono un incremento nel ’500 e ’600, diminuendo quasi completamente nei primi del ‘700 e cessando nel 1830 dopo la presa francese di Algeri. Circostanza che fermò la pirateria nordafricana.

DIMINUZIONE DELLA PIRATERIA NEL ‘700
Quindi il calo della pirateria ai primi del ‘700 cominciò a cambiare il modo di vita e l’economia degli stati italiani, proprio perche’ i pirati continuavano ad attaccare le barche e le navi nel mare aperto, ma non attaccavano più la terraferma. Di conseguenza le zone della costa e delle isole, fino ad allora lasciate impopolate o con la popolazione raccolta in castelli o rocche, cominciano a ripopolarsi soprattutto in quei luoghi naturali dove le barche dei pescatori attraccavano o e sbarcavano le loro merci. Questi piccoli porticcioli si ingrandiranno pian piano diventando col tempo delle vere e proprie cittadine. Oltretutto in questo periodo si incomincia ad avere un incremento demografico nonostante le guerre, dovuto principalmente ad un aumento del commercio marino e della pesca conseguente alla fine della pirateria. C’è da dire che comunque la popolazione mondiale di allora era molto bassa in confronto ad oggi, basta pensare che in tutto il mondo solo una ventina di città superavano i centomila abitanti e quindi procurarsi il cibo per vivere restava per la gente di quel tempo, il problema principale. La mortalita’ infantile era molto alta e l’aspettativa di vita bassa.

L’ISOLA D’ISCHIA
La storia del Castello è la vera storia dell'isola d'Ischia, in quanto fino alla meta’ del ‘700 raggruppava quasi tutti gli abitanti dell’isola. Ai tempi della nostra narrazione era un’isolotto fortificato unito alla terraferma da un ponte di pietra di 225 metri. Alfonso d'Aragona oltre al ponte in pietra, fece costruire una strada fatta scavare a forza di scalpelli nell'interno della massa granitica. Essa è tanto larga che due carri possono passare comodamente in senso opposto. Oggi è ancora la strada di accesso alla città alta. Quello che oggi viene chiamato "Il Castello Aragonese" era stato inizialmente scelto come luogo per costruire una fortificazione da Gerone di Siracusa, che era stato chiamato in soccorso dai Greci di Cuma per aiutarli nella guerra contro gli Etruschi invasori. La città fu resa inespugnabile. Nel IV secolo a. C. una spaventosa eruzione avvilì tanto Gerone che abbandonò il Castello e l'isola stessa. Con le conquiste che Silla, generale romano, andava operando, il Castello e l'isola caddero sotto il dominio Romano. Allora giunsero ad Ischia e sul Castello il medico Menippo, C. Metilio Alcino, e la liberta di Poppea Augusta, Argenna, per profittare delle sue acque termali di Cartaromana. Ischia non solo venne oppressa dai nuovi padroni, ma risentì come tutte le terre italiane, delle invasioni germaniche: Eruli, Goti, Ostrogoti, Visigoti. Infine cadde sotto il dominio dei Bizantini, ma ciò non valse a salvarla dalle invasioni Siracusane, che imperversarono fortemente verso gli anni 840 e 846. Allora la popolazione che lavorava nelle campagne ischitane al suono della campana scappava sul Castello, roccaforte sicura ed imprendibile. Nessuno mai nella storia s'è potuto vantare di aver espugnato la città di Gerone. La narrazione delle lotte tra Aragonesi, Siciliani e Angioini sarebbe troppo lunga a descriversi, ma sappiamo che questo fu un periodo di devastazione e morte per Ischia dove un tempo fioriva la ricchezza e il benessere. L'ultima a dominare il Castello fu la Regina Giovanna D'Angiò nell'anno 1434, ma ebbe a che fare con Alfonso I d'Aragona il quale nel 1438 s'impadronì del Castello scacciandone la guarnigione angioina. Alfonso trattenne le donne degli angioini sconfitti, popolò il Castello di trecento uomini a lui fedelissimi e diede loro come spose, le mogli e le figlie dei nemici espulsi. Fu questo un periodo splendente per la storia del Castello e per quello della stessa isola perché fino a quando le famiglie del Castello non si sparsero per l'isola intera, il centro propulsore ed accentratore di ogni attività fu sempre il piccolo scoglio. Tra le sue mura passarono: re, eroi, poeti, vescovi e uomini d'armi. Nei primi anni del ‘700 il Castello conteneva 1892 famiglie, oltre il Convento delle Clarisse, l'Abbazia dei Basiliani di Grecia, il Vescovo col Capitolo ed il Seminario, il Principe con la guarnigione. Vi erano 13 chiese, di cui 7 parrocchie. Quivi era tutto concentrato allora: nobiltà, clero, borghesia, uffici, chiese, officine, eccetera. L'isola era semideserta, sterile e abbandonata a causa delle continue incursioni dei Mori e dei Saraceni. Solo nella metà del ‘700 gli abitanti del Castello, cessato il pericolo dei pirati, incominciarono ad abbandonare le loro case e si unirono per la maggior parte al nucleo che poi doveva formare la città d'Ischia, mentre una minoranza si sparse per gli altri casali dell'isola. In questo periodo, dopo che c’era stata una guerra di successione, governava Ischia la dinastia dei Borboni. Giuseppe D'Argouth prese possesso dell'isola e la governò in nome dei Borboni. Per voto fatto il D'Argouth abbandonò il comando del Castello e divenne frate eremita. Si rifugiò sul monte piu’ alto dell’isola, l’Epomeo, ove morì e vi ebbe sepoltura. Come si vede dalla storia, gli abitanti dell’isola sono discendenti di numerosi popoli e culture, in particolar modo quella bizantina e quella spagnola.

I D’AMBRA
Il cognome D’Ambra viene scritto fino al novecento indifferentemente in piu’ modi, nelle firme dei nostri antenati come D’ambra fino ai primi del novecento e da allora in poi D’Ambra, mentre nei documenti ufficiali ritrovati e scritti da altre autorita’ viene scritto d’Ambra. Appare per la prima volta in documenti ritrovati nelle famiglie toscane che provengono dal contado senese della Val d'Ambra (oggi in provincia di Arezzo). Alcune famiglie diventano importanti soprattutto a Firenze durante il Rinascimento: in particolar modo troviamo una famiglia aristocratica con tanto di stemma e palazzo signorile ubicato in via dei Conti n. 6, e un certo Francesco D'Ambra commediografo e letterato, che nacque a Firenze nel 1499 e morì a Roma nel 1558, autore di numerose commedie. Successivamente il cognome si ritrova attorno al 1600 a Messina (Padron Girolamo d'Ambra) dove in particolare c'è una famiglia di piccoli armatori che traffica lungo le coste del regno di Napoli. Oggi se ne ritrovano i cognomi in particolare sulle coste del Sud Italia che vanno dalla Puglia, alla Sicilia (Aci Castello) fino all'isola di Lipari ed in particolare una folta colonia sull'isola d'Ischia. Per generazioni e generazioni il mondo è sempre andato nello stesso modo cambiando pochissimo. Prima di allora le classi sociali e i mestieri erano invalicabili e perciò i figli continuavano a fare i mestieri dei padri. Tutto questo finché la rivoluzione industriale ottocentesca ha cambiato radicalmente le cose. Nonostante qualcuno creda anche oggi in un legame storico tra i d’Ambra di antiche origini toscane (la famiglia di cui ho parlato in precedenza e che pare ormai estinta) e quelli attuali è difficile una ricostruzione certa della vera origine del cognome. Quello che è certo è che i D’Ambra presenti nell’Italia meridionale erano ormai da secoli famiglie di uomini di mare e per questo si erano sparsi lungo le coste dalla Campania alla Puglia passando per la Sicilia. I D’Ambra presenti a Margherita di Savoia (Puglia) addirittura sostengono una imorobabile derivazione araba dal nome "Ambar" (Ambra in arabo). E’ invece piu’ probabile che si fossero stanziati a Forio d’Ischia gia’ intorno al 1300, come accompagnatori dalla Sicilia della statua di San Vito, patrono della città, come narrano alcuni discendenti del luogo. Tra di loro c’erano sia pescatori imbarcati che padroni di barca.

IL PADRONE
Un padrone di allora era in pratica un piccolo imprenditore che di solito aveva con sè dai 5 ai 10 marinai che nella vita di oggi potremmo considerare come dei dipendenti. Poteva avere anche piu’ di una barca di proprietà e quindi non è detto che fosse presente durante le ore lavorative. E’ certo che nella maggior parte dei casi i lavori più duri toccavano agli altri membri dell’equipaggio. I padroni si occupavano soprattutto di organizzare le compravendite in terraferma cercando sensali e commercianti interessati al trasporto delle merci fino al luogo di destinazione della barca, oppure compravano e trasportavano merci essi stessi per poi rivenderle negli altri porti. Si occupavano di tutta la parte burocratica delle dogane portuali per le scritture del carico e dello scarico delle merci, pagavano le varie tasse come, per esempio, quella sul sale, visto che questo era monopolio di Stato, e naturalmente si prendevano la responsabilita’ nel caso che qualche merce fosse trasportata in maniera illegale. E’ possibile che talvolta facessero anche del contrabbando di merci ricercate e soggette a forti tassazioni, come poteva capitare per il corallo o la cera, oppure che più semplicemente comprassero il sale, che allora era una merce richiestissima per la salatura del pesce stesso, in un porto di una nazione per poi rivenderlo ad altri pescatori che vivevano in un altro porto di un’altra nazione dove i dazi erano piu’ alti. Di solito i guadagni venivano così divisi : una metà diviso tra tutta la ciurma, il cui numero di persone dipendeva dal tipo di imbarcazione (per esempio il leudo aveva circa 6 marinai più il padrone) e l’altra metà al padrone.

PASQUALE FU NICCOLA D’AMBRA (Ischia – Gorgona ?)
L’ antenato più lontano nel tempo che si incontra nella nostra ricerca è Pasquale. Di lui sappiamo di sicuro che era gia’ presente sull’isola di Gorgona in una data imprecisata, attorno alla meta’ del 1700. Proveniva da un luogo imprecisato sull’isola d’Ischia e doveva essere un abile pescatore. Poteva essere nato a Forio d’Ischia intorno al 1730.
( ?) Niccola
|
(?) Pasquale
Sicuramente era stato avviato fin da ragazzino, attorno ai 10 anni, come era usanza allora, alla vita di pescatore, imbarcato a spese degli altri marinai dell’equipaggio dopo aver imparato sommariamente dal padre i rudimenti della scrittura (per esempio a mettere la firma sulle bolle) e della matematica. Come si usava dire andar a far pratica dopo la grammatica. Diventò probabilmente lui stesso un padrone di barca, anche se di questo non c’è conferma sicura. Sicuramente era giunto sull’isola o aggregato a qualche imbarcazione dei pescatori che partivano dalla costa o da una delle numerose isole del golfo di Napoli, magari ancora ragazzo. Di sicuro c’e’ il fatto che seppe in qualche modo ingraziarsi il castellano di allora, l’ultimo della famiglia Moretti, che gli concesse una giornata di pesca, insieme al bombardiere Francesco Moretti, probabile parente del castellano medesimo, a cui ne concesse due, presso la Cala Scirocco. E’ probabile che nei primi tempi frequentasse l’isola insieme agli altri pescatori stranieri durante il periodo estivo e ritornasse sulla sua isola d’Ischia durante il periodo invernale.Di lui non riusciamo più a sapere che fine farà. Facendo delle ipotesi quella più probabile è che sia morto alla Gorgona. E non aveva una lapide perché in quei tempi non si usavano e nel periodo napoleonico furono addirittura proibite, oppure può essere ritornato da solo e morto ad Ischia, oppure ancora essere stato seppellito nel vasto camposanto di Livorno che fu ultimato nell’anno 1778 e dove oggi si trova il complesso formato dal Seminario Girolamo Gavi e la chiesa di Sant'Andrea. Trent'anni dopo fu interdetto perché troppo vicino alle abitazioni e le sepolture furono trasferite nella zona di Santo Stefano ai Lupi. Pasquale e poi successivamente i suoi primi discendenti D’Ambra portavano dei caratteristici cappelli ricadenti di colore rosso, camicie bianche pittosto larghe con giubbetti smanicati tipo gilet di color marrone (forse di cuoio) o rosso, classici pantaloni da pescatore un po’ larghi "alla zuava"subito sotto al ginocchio dove erano fermati con dei lacci ed erano perlopiu’ scalzi. Non si conosce il motivo del colore del cappello che probabilmente è da mettere in relazione con un luogo oppure con l’appartenenza ad un determinato ceto sociale. Probabilmente in alcune circostanze importanti portavano scarpe con calze lunghe. Sui fianchi la camicia e i pantaloni venivano fermati da una fusciacca nera che ricadeva sui fianchi. Un simile abbigliamento è ancora visibile in alcune feste dell’isola d’Ischia dove le comparse si vestono con i costumi dei pescatori dell’epoca. In particolar modo la festa della N’drezzata. Le loro mogli avevano vestiti lunghi perlopiù di colore nero e si coprivano i capelli con copricapi ricamati di solito di color bianco e portavano lunghi scialli per coprirsi dal freddo. Probabilmente attorno al 1764 qualcosa indusse Pasquale a cambiare idea e a trasferirsi in modo satabile nel Granducato e per questo decise di portare con sé tutta la famiglia composta dalla moglie Lucia Del Vecchio e dal figlio Antonio, nato nel 1760 e quindi di circa 4 anni all’epoca del viaggio e da un altro figlio di nome Nunzio ancora piu’ piccolo. Quali furono i motivi che indussero Pasquale a portare la famiglia alla Gorgona? Sicuramente per prendere una decisione così importante devono esserci stati molti motivi, uno dei quali fu certamente la diminuzione delle aree di pesca dovuta al diffondersi delle tonnare sull’isola d’Ischia, un’altra ancor piu’ importante fu la grande carestia e il conseguente tifo petecchiale.

COSTRUZIONE DELLE TONNARE AD ISCHIA
Vicino alla città di Ischia,nel 1670, fu creato un canale di comunicazione con il mare, l'antico lago del Bagno si trasformò in un sito ricchissimo di pesci. Così il Comune di Ischia prese a darlo in affitto, consentendo la pesca a Natale e a Pasqua. Nel 1746, proprio dinnanzi al lago, fu costruita la tonnara detta di punta San Pietro. Il Comune di Ischia incassava allora 850 ducati versatigli annualmente dagli affittuari del tratto di mare corrispondente alla tonnara. I pescatori si videro così privati di un altro tratto di mare per poter pescare dopo che già altre tonnare erano nate intorno all’isola a Forio (Citara) e a Lacco Ameno rivendicando i privilegi aragonesi e scatenando una disputa con la Citta’ di Ischia. I pescatori di Ischia Città’ avevano tentato di far ricorso alla Real Camera a Napoli, ma le controversie andarono avanti tra la Citta’ e le Universita’ (gli attuali comuni di Forio e Lacco Ameno) per moltissimi anni e nel frattempo le tonnare rimasero attive. I privilegi Aragonesi di cui si fa riferimento in precedenza erano delle concessioni scritte che Federico d'Aragona il 15 agosto 1501 concesse alla città d'Ischia, chiamandola "Fedelissima", il diritto di proprietà su mezzo miglio di mare e su tutte le spiagge e promontori del suo litorale. Carlo V, successivamente, confermò detto privilegio a Bologna il 26 febbraio 1533. Venivano concesse all'isola d'Ischia in proprietà tutte le spiagge, lidi, e promontori e mezzo miglio di mare tutto intorno al suo territorio. Di tale proprietà le autorità amministrative dell'Isola potevano disporre a favore degli abitanti, ed anche darla in concessione per un giusto utile. Inoltre, nel privilegio veniva stabilito che un terzo del pesce pescato, nel predetto mezzo miglio di mare, dovesse essere venduto nell'Isola agli abitanti ed il prezzo veniva stabilito dal Catapane. Il Catapane, alle dipendenze del Governatore, era addetto alla esenzione dei dazi ed al controllo del mercato del pesce.

LA GRANDE CARESTIA
La carestia, di proporzioni bibliche, si abbatté principalmente nell’italia meridionale e parzialmente nel Papato. Per farci un’idea di quello che successe in quei giorni, leggiamo quello che l’Abate D. Michel'Angelo Carelli scrisse come testimone oculare della carestia. Gli eventi di cui narra non si verificarono ad Ischia, ma la situazione possiamo immaginarcela come molto simile.
"AD FUTURAM REI MEMORIAM
Grande in vero fu il castigo da Dio mandato sopra le Pentapoli infami distruggendole col fuoco disceso dal cielo: più grande fu quello del diluvio universale, in cui restò miseramente sommerso il genere umano, eccettuata la picciola famiglia di Noe. Ma se con saggio occhio si rimira il flagello da Dio mandato negli ultimi mesi dell'1763, e primi sei mesi del 1764, pare, che si debba dire grandissimo essere stato questo castigo. Imperoche sdegnato Iddio cantra li vìventi di tal tempo per i loro peccati, fin dal mese di Maggio del 1763 cominciò a castigare, poiché in detto mese fino al 20 di Giugno fu tanto continua l'acqua, che non v'era giorno, in cui non piovea, e non v'era ora del giorno in cui la pioggia non si facea sentire. Fu tale, e tanta lunga questa pioggia continoa, e diuturna che l'erba oltrapassò il grano, il quale restò da questa sottoposto, e fu di poca quantità. La mistura poi con tant'acqua sementata parte non nacque, parte appena nata infracidassi, parte spuntata da terra, così restò senza produrre nemeno un'acino. Arrivati gli 20 di Giugno del 1763, si chiusero le catarattere del Cielo, scomparirono le nuole, e finì di piovere. Principiò una siccità si terrìbile, che ne nel mese di Giugno, ne nel mese di Luglio, ne in quello d'Agosto, ne nei principii di Settembre cascò dal cielo non dico una gocciola d'acqua, ma ne pure di ruggiada. Onde per implorare la divina misericordia si facevano da pertutto processioni di Penitenze, novene, stazioni, esercizii, missioni, ed altre opere pie; (Nella gazzetta di Berna del 7 aprile 1764 si apprende che a Napoli si facevano continue processioni e si pregava per scongiurare gli effetti della carestia)) ma queste non arrivarono a movere la misericordia di Dio. Si vedeva bensi in detti giorni penitenziali il cielo coperto di nuvole piene d'acqua, ma mai piove. Si seccarono per tanto le biade, il grano, granturco, e in fine l'erba in guisa tale che le bestie non aveano che mangiare; seccaronsi ancora tutte le frondi degl'arbori, e ciò che è maraviglioso, si seccarono pure mólti arbori. Le fonti, quali mai aveano mancato, persero il loro corso, e si seccarono affatto, e non si trovava goccia d'acqua se non ne fiumi, li quali ancora erano impiccioliti.
.jpg)
Non si trovò frutto di sorte alcuna; noci, ghiande, olive non si viddero; fu tale, e tale la scarsezza de frutti, che ne meno i spini portarono quei soliti frutti amari, de quali si andava in cerca. L'uva fu tanto poca, che appena bastò per mangiarla fresca, e ti vino si rimise in tanta poca quantità, che veniva tre, e quattro grani la carrafa (unita’ di misura dell’epoca), e si beveva a basto. Tutti i viveri mancarono in ogni genere, e in ogni specie. A questa siccità si terribile si vidde un caso molto orribile, e fu questo. 1 pastori guidando le loro greci al pascolo, e non trovando erba, si saziavano di terreno, e di foglie secche cascate dagl'arbori quantunque d'està. Li Padroni vendemiando le loro chiuse, erano costretti ad unirsi sette, o pure otto patronali (?), e non potevano empire una vasca dì uva, e alcuni, anzi moltissimi non poterono vendemmiare, perche non aveano l'uva. Finita la raccolta scarsissima, si viddero li miseri uomini, e donne a turme a turme uscire Per la canpagna, a cavare erba di ogni sorte, e se la mangiavano cruda; e perché fra queste erbe che prendevano, c'erano delle cattive, ne nacquero molti dìssordini. Le labra de viventi sempravano erba, e tale era la faccia e le mani: poi si gonfiavano i piedi fino alle genocchia, nasceva una diareia, e morivano miseramente (quadro clinico chiarissimo di morti per fame e per le conseguenze della nutrizione scarsa e cattiva). Alcuni si trovavano morti per la campagna con la bocca piena di erbe crude. Fu tanta, e tale la morte, che nella mia Parrocchia di S. Maria della Tribuna ne morirono venti in Settefrati, e dieci in altri paesi. Volesse il Cielo che solamente questi in Settefrati morti fussero, ma non è cosi per che l'altre parrochie ne contaro trecento, e più.
Ne in Settefrati solamente fu questa mortalità, ma ne paesi convicini, e lontani; e si sa per relazione certa, che alcuni paesi restarono spopolati.E tutti questi morirono di pura fame; perche il grano arrivò a docati sette li tomolo, e in Foggia fu venduto docati dieci il tomolo; la mistura docati sei, e più il tomolo, i lupini carlini trentuno il tomolo; e per dir tutto in una parola il pane di orzo, e di spelta si pagò un grano l'oncia (unita’ di misura dell’epoca). Non trovando gli viventi il pane, ma cibandosi solamente di erbe, si erano tanto intisichiti, che non potevano stendere un passo, non sapeano proferire altra parola, fuorché pane, pane, pane.
Crebbe però il castigo di Dio, poiché consumandosi a poco a poco fino a morire, sfuggivano la chiesa, e li SS. Sacramenti, e vedendosi avanti l'occhi la morte non pensavano all'anima, ma al pane. Le Madri, e li Padri abbandonarono gli figli; i figli li genitori; li parenti gl'altri parenti; l'amici l'altri amici; ognuno viveva solo, e se qualcheduno avea un tozzo di pane, di nascosto non se lo mangiava, ma se lo divorava. Tutto era lutto, tutto miserie, ed io non avea animo di comparire, perche avanti le porte delle case, per le strade, per le piazze, nella Chiesa si vedevano spettacoli. Non si trovavano persone, che conducevano i morti alla Chiesa, e li Parrochi erano costretti a sborzare per pagare chi li conduceva, ne voleano danaro, ma sólamente il pane; poiché de danari non poteano servirsi, mentre non era la libertà poter comprare il pane. Non si udivano pianti, suoni di campane per i morti, ma senza funerali e preci erano buttati dentro gli sepolcri, e quanti venivano per essere pagati quelli, che li conducevano, dicevano abbiamo sepellito il tale, la tale etc.Arrivò tant'oltre questo, che alla fine si conducevano con le bestie.Il Re sentendo tanta mortalità per il regno, ordinò, che non si sepellissero i morti nelle Chiese, ma un miglio fuori de paesi in luogo dissabitato. Non fu persona alcuna, che prendesse moglie (informazione confermata nel Liber matrimoniorum: non ci sono matrimoni registrati dal 20 settembre 1762 al 15 luglio 1765), non si sentivano canti, e suoni, non vi era differenza di giornate. A spettacolo sì orribile non ci fu persona alcuna, che si movesse a compassione; ma li ricconi sempre più avidi di danaro, strengevano le vettovaglie, accrescevano il prezzo, e se il danaro non andava avanti, non si trovava robba. Nascondevano il grano dentro le botti, muravano le porte delle stanze acciocché il prezzo arrivasse al non plus ultra. Finalmente mossosi a compassione il buono Dio nel mese di Giugno 1764 {quando i ricconi pensavano di empire le cisterne di danaro) uscì nelle parti di S. Germano, e ne luoghi vicini il grano nuovo, e si vendè a carlini dodici il tomolo e di mano in mano andava scemando, finche arrivò a carlini otto il tomolo di grano; e di mistura se ne fece in tanta quantità, che non si ebbe dove collocarla, e di mupo (?), ghianda, e altro fu tutto (?), e tale, che per la quantità fu disprezzata. Prima di porre fine, sappiate o posteri, che in tempo di carestia si grande, che simile al mondo non è trovata, e spero che non si troverà, gli viventi non solamente abbandonarono le proprie carni, nulla curando se perdevano e moglie e figli, figlie, e mariti, e Padri, e Madri etc. ma ancora abbandonaro li loro averi, non sementandogli, non potandogli, e restarono tutti incolti. O posteri ben fortunati e mille volte fortunati, che in tempo tale non eravate nel mondo, termino, e vi scongiuro che sempre pregate Dio, accioche da simile flagello vi liberi. Amen. Settefrati in tempo della orribile Carestia incominciata nel fine del 1763, e principio... ne metà del 1764".
Naturalmente anche i pescatori risentirono di tale calamita’ sia perche’ non avevano piu’ esche per pescare ed anche perche’ venivano attaccati dagli affamati al loro ritorno dalla pesca. Inoltre il brigantaggio e la delinquenza aumentarono in modo esagerato tanto che era molto alta la possibilita’ di essere uccisi.

IL TIFO PETECCHIALE
Come se non fosse stata sufficiente la carestia, tutta l’Italia venne successivamente colpita da un’epidemia di tifo petecchiale, che nel sud fu particolarmente virulenta, giungendo a raddoppiare la solita, pur alta, mortalità media. Il tifo esantematico, detto anche tifo petecchiale, è una malattia infettiva dovuta alla Rickettsia prowazecki, un germe che viene trasmesso all'uomo mediante le feci di pidocchio (Pediculus corporis) infetto. In passato, soprattutto a seguito di guerre o carestie che compromettevano le condizioni igienico-sanitarie delle popolazioni, la malattia era molto frequente, anche in Europa. Oggi si verificano solo casi limitati o piccoli focolai, soprattutto in Africa, Sud-Est asiatico, America Latina, Europa dell'Est. La malattia riguarda esclusivamente l'uomo; non esistono infatti serbatoi animali. La trasmissione da un individuo all'altro avviene allorchè il pidocchio sugge il sangue di un individuo infetto e deposita le feci sulla pelle o sulle mucose di un individuo sano. La rickettsia presente nelle feci penetra nell'individuo sano attraverso le lesioni da grattamento o, più raramente, attraverso le mucose. Dopo un periodo di incubazione di circa 2 settimane la malattia esordisce bruscamente con febbre, cefalea, congestione congiuntivale, dolori muscolari e ossei, stato di grave prostrazione, stato stuporoso ed eruzione di tipo petecchiale che si estende dal tronco agli arti. Nei casi benigni la febbre cessa dopo un paio di settimane e l'esantema scompare. Nei casi gravi le complicazioni neurologiche, cardiache o renali portano alla morte.
Tutte queste motivazioni convinsero Pasquale D’Ambra ad emigrare verso nord, direzione Livorno, dove la carestia non aveva causato danni ma anzi da dove erano partite derrate alimentari comprate appositamente per tentare di sfamare le folle per il timore di sommosse popolari, nelle grandi citta’ di Roma e, soprattutto, Napoli. E’ anche pensabile che il trasferimento verso un’altra Nazione fosse considerato per lui e per i suoi figli soltanto come un periodo transitorio, con la speranza di un ritorno stabile nella sua Patria qualora le condizioni fossero cambiate. Per tutta la vita si senti’ un suddito di quel Re definito "il lazzarone" che fu Ferdinando I di Borbone.

LIVORNO E LE SUE ORIGINI
Le origini di Livorno sono ignote, ma il toponimo è attestato per la prima volta nel 904 come "Livorna" e probabilmente deriva da un nome di persona romana di origine etrusca (Liburna, Liburnius, Leburna, Leburnius). Secondo altre ipotesi deriverebbe invece dal latino liburna (una nave veloce da guerra) o dal nome del popolo illirico dei Liburni. Sicuramente il piccolo villaggio labronico, posto intorno ad una cala naturale a pochi chilometri a sud della foce dell'Arno, collaborava in epoca medioevale col vicino Porto Pisano; ad esempio, nei pressi di Livorno, in località Santo Stefano ai Lupi, si trovavano una pieve (attuale Cappella di Santo Stefano) e una importante fonte d'acqua sorgiva per il rifornimento delle navi del porto. A differenza delle altre città toscane, quali Firenze, Lucca o Pisa, che vivevano stagioni di grande vivacità artistica, all'epoca Livorno rimase ai margini della storia. Tuttavia, il naturale e progressivo insabbiamento dell'antico Porto Pisano coincise con l'affermazione del piccolo villaggio: i Pisani decisero di favorire lo sviluppo dello scalo labronico con la costruzione di un maestoso faro (noto come Fanale dei Pisani), di una fortificazione a pianta quadrata (la "Rocca Nuova" o "Quadratura dei Pisani", nucleo più antico di quella che sarà poi la Fortezza Vecchia) e, nel 1392, chiusero l'abitato all'interno di una cinta muraria.

IL CASTELLO
Nel 1392 il governo del doge pisano Pietro Gambacorti decretò la fortificazione della "Terra di Livorno" che divenne così un castello munito sul mare a difesa dell'approdo del "Pamiglione" (Darsena Vecchia) che proprio per il progressivo interramento del Porto Pisano stava acquistando importanza per la repubblica di Pisa. Le mura, analoghe a quelle che tuttora circondano la città di Pisa, erano di pietra del monte della Verruca ed abbracciavano in giro l'intero borgo medievale che si era sviluppato intorno alla Darsena Vecchia e lungo la via Maestra del Borgo (attuale via San Giovanni). Sulla loro sommità erano merlate secondo le difese del tempo. Il loro andamento seguiva, grosso modo, quello degli attuali scali delle Ancore, piegavano verso sud poco prima dell'odierna via del Porticciolo e di nuovo piegavano verso occidente parallele alla via Fiume per arrivare alla Darsena Vecchia.
Qui si ricongiungevano alla Rocca Vecchia, correvano parallele alla riva dell'approdo e terminavano poco prima della Quadratura dei Pisani, nella cui area antistante si apriva il cosiddetto Varatoio ove venivano costruiti e varati, appunto, i navigli. Sulla darsena del Pamiglione si apriva la Porta a Mare, mentre all'altro capo del borgo, ala fine della via San Giovanni, si ergeva una massiccia torre triangolare ove la Porta a Terra o Ghibellina dava accesso all'aperta campagna del "Campo Galeano" (attuale piazza del Municipio). Un bivio conduceva verso nord-est a Pisa e verso sud-est a Salviano. L'abitato era costituito da circa 18 isolati, a cui nel 1493 ne furono aggiunti altri due sul lato nord. Dalla via Maestra si dipartivano le piccole strade laterali (Carraia, Guelfa, San Antonio) ed i vicoli (del Leone, Nuovo, San Antonio, del Settìno, dei Bozzellai, del Lauro, del Chiasso d'oro, del Chiassatello, della Rocca) e le piccole piazze del Castello, San Antonio e Capo di Borgo per un totale di 16 strade e vicoli, tre piazze. Sulla via principale si affacciavano i maggiori edifici dell'abitato: le chiese di San Giovanni Battista, la scomparsa pieve delle Sante Maria e Giulia (demolita nel 1527 per fare spazio alla costruzione del fossato della Fortezza Vecchia, il Palazzo del Comune con una piccola loggetta antistante. Più defilati erano l'ospedale (Spedale di San Antonio) e la limitrofa chiesa di San Antonio. Tale impianto urbanistico fu conglobato nel tessuto della nuova città e tale rimase, sostanzialmente immutato, fino agli abbattimenti del 1837 e 1897 ed infine 1942. Una cortina fortificata delle mura circondava anche il lato meridionale ed occidentale del Pamiglione, lungo il molo. La popolzione agli inizi del XVI secolo si ritiene fosse di circa 800-1000 abitanti. Tramontata la Repubblica di Pisa, Livorno fu venduta dapprima ai Visconti di Milano, e successivamente, nel 1407, ai Genovesi. Durante il dominio della città ligure, il sistema portuale livornese fu potenziato con la realizzazione di una nuova darsena interna (il cosiddetto "Porticciolo dei Genovesi"), ubicato nella zona dell'attuale piazza Grande) e collegata al mare mediante un canale. Tuttavia, nel 1421, i Fiorentini acquistarono il Castello di Livorno per ben 100.000 fiorini d'oro, con l'intento di farne lo sbocco a mare per i loro traffici commerciali.

LIVORNO AL TEMPO DEI MEDICI. PROGETTO DI LIVORNO DI BERNARDO BUONTALENTI
Nel XVI secolo, con l'avvento dei Medici al governo della Toscana, si registra l'esplosione demografica e commerciale di Livorno. I Medici, a cominciare da Cosimo I, granduca di Toscana, riuscirono a fare di Livorno uno dei più grandi porti del Mediterraneo, con la costruzione di un nuovo molo d'attracco, la realizzazione di un canale navigabile (il Canale dei navicelli) tra Pisa e Livorno e l'istituzione dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, la cui flotta aveva base nel porto labronico. I primi interventi urbanistici sull'asseto del Castello furono il potenziamento delle sue fortificazioni. L'avvendo della polvere da sparo imponeva muraglie fortificate più resistenti ai colpi della armi da fuoco. Così, dopo l'impegnativo intervento della costruzione della Fortezza Vecchia, nel 1536 furono rafforzati tre angoli della cinta muraria: a nord-est (Via del Porticciolo) fu eretto un piccolo bastione di terra, sull'angolo sud-est fu costruito il "Bastione della Cera" e sull'angolo sud-ovest, adiacente alla Rocca Vecchia, il "Bastione del Villano", in memoria della difesa del Castello contro l'esercito imperiale di Massimiliano I d'Asburgo. Nel Progetto della nuova città del Buontalenti si vede molto ben evidenzato il nucleo medieale del Castello con i piccoli bastioni angolari.Sotto Francesco I, figlio di Cosimo, Bernardo Buontalenti fu incaricato di progettare la pianta della nuova città di Livorno; in seguito sul cantiere lavorarono anche altri importanti progettisti, come Alessandro Pieroni e Don Giovanni de' Medici. L'abitato, definito con rigore geometrico, assunse una forma pentagonale, con fossati, baluardi e fortificazioni alla moderna che dovevano servire a proteggerlo dall'assalto delle navi corsare dei Mori e dei Saraceni, in quei tempi protagonisti di frequenti scorrerie ed incursioni lungo le coste del Tirreno e del Mediterraneo in generale. La proclamazione di Livorno come porto franco e l'emanazione delle cosìddette "Leggi Livornine" costituirono il motore di sviluppo demografico ed economico di Livorno.

LE LEGGI LIVORNINE
Nel 1587 Ferdinando I, fratello di Francesco, divenne granduca di Toscana. A Ferdinando si deve la proclamazione di Livorno come porto franco, che portò ad un incremento delle attività commerciali. Inoltre tra il 1590 ed il 1603 il sovrano emanò le "Leggi Livornine", che assicuravano una serie di privilegi e concessioni per chi si fosse stabilito a Livorno. Le leggi garantivano infatti libertà di culto, di professione religiosa e politica; inoltre chiunque fosse stato ritenuto colpevole di un qualsiasi reato (con alcune eccezioni, tra le quali l'assassinio e la "falsa moneta") aveva garantita libertà di accesso alla Terra di Livorno. Ferdinando I de' Medici, Proclamazione della Legge Livornina, 30 luglio 1591: "(…)A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri [...] concediamo [...] reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno (…)". Queste leggi conferiranno a Livorno, nel tempo, le caratteristiche di città cosmopolita, tollerante, multirazziale e multireligiosa. A chiunque sarà consentito professare il proprio culto e molte saranno le chiese e cimiteri costruite dagli appartenenti alle varie comunità religiose e straniere, quali ebrei, armeni, greci, olandesi ed inglesi. Frattanto, il 19 marzo 1606 Livorno fu elevata al rango di città, nel corso di una solenne cerimonia tenutasi all'interno della Fortezza Vecchia.

LIVORNO E I LORENA
Gian Gastone fu l'ultimo rappresentante della dinastia dei Medici, dopo Cosimo II, Ferdinando II e Cosimo III. Alla sua morte, avvenuta nell'anno 1737, Livorno superava già i 30.000 abitanti. Il Granducato di Toscana passò quindi sotto il dominio della dinastia lorenese. Il primo rappresentante dei Lorena ad assumere il titolo di granduca, fu Francesco II, marito di Maria Teresa, figlia di Carlo VI, che nel 1745 divenne però Imperatore d'Austria e del Sacro Romano Impero, delegando un Consiglio di Reggenza in sua vece. I suoi successori, a partire da Pietro Leopoldo, attuarono importanti riforme che portarono ad una ulteriore espansione della città.

IL PORTO FRANCO E IL QUARTIERE DI VENEZIA NUOVA
Livorno, con il suo porto-franco, offriva ai pescatori del tempo moltissime opportunita’ commerciali e questo avvenne soprattutto con la costruzione del nuovo quartiere di Venezia.Il termine "porto franco" significava che potessero approdare navi di tutte le nazioni senza il pericolo di dover essere indagate o pagare dazi. All’inizio questo avveniva tramite richiesta da parte del comandante della nave a cui veniva rilasciato un patentino e questo era ad uso personale. Nel 1676 il porto franco di Livorno venne trasformato in porto di deposito e si creo’ il quartiere di Venezia nuova e tutta la citta’ divento’ un grandioso magazzino di merci provenienti da ogni parte del mediterraneo, dall’Europa del nord e delle colonie americane. Soprattutto le parti oggi sotterranee della citta’ in vicinanza dei fossi dove ora restano soltanto grandi stanze chiuse da sbarre, erano allora grandi magazzini brulicanti di merci e di persone sempre indaffarate nelle contrattazioni. Nella citta’ i mercanti e i sensali scambiavano le loro merci per cui, per esempio, i mercanti inglesi compravano le merci di Smirne nella stessa Livorno invece di compiere l’intero viaggio. Questo comportava che folte comunita’ straniere si accasavano nella citta’ dove vivevano pacificamente talvolta sposandosi con persone di altre comunita’ e livornesi. C’era completa liberta’ di culto e c’era un continuo scambio di idee e pensieri. Livorno fu l’unica citta’ al mondo a non avere un vero e proprio "ghetto" per gli ebrei. C’era una folta comunita’ di mercanti ebrei e inglesi che riuscivano a commerciare ovunque nel mondo e poi armeni e turchi. Si parlavano molte lingue e piano piano gli stranieri imparavano la lingua del posto. In effetti la citta’-porto di Livorno poteva essere considerata quasi un porto inglese. Qui entravano le nuove merci mai viste prima in Europa essendo questo porto diventato ormai la porta delle Americhe e si trovava il caffe’, il tabacco, il cacao,gli stoccafissi,il baccala’, le arighe e anche lo zucchero.Nella piazza del villano in Livorno vecchia e dietro Santa Giulia e soprattutto nel quartiere di Venezia c’erano i mercati e gli ambulanti in giro dappertutto. I braccianti litigavano tra loro per scaricare le numerose merci. Nel mercato, soprattutto in quello del pesce, si urlava come si usa nei paesi arabi, per richiamare i clienti. Il porto di Livorno aveva il primato mondiale di smercio delle acciughe e a margine della Darsena dei Quattro Mori e di "Fortezza" si trattavano oltre a quelle locali provenienti dalla Gorgona anche le acciughe pescate in Corsica, in Sicila e perfino quelle di Provenza. In vicinanza della piazza d’Armi, in pieno centro, c’era appunto il duomo di allora, ovvero la chiesa piu’ importante dedicata, guarda caso, proprio a quella Santa le cui spoglie erano state conservate nell’isola di Gorgona.

LA CHIESA DI SANTA GIULIA
La chiesa di Santa Giulia è una chiesa di Livorno consacrata alla patrona della città. Il piccolo luogo di culto si erge di fianco al Duomo, a breve distanza da piazza Grande. I lavori di costruzione cominciarono il 22 maggio 1602 e si conclusero rapidamente; successivamente, nel 1696, l'area dell'attiguo cimitero fu trasformata in un oratorio dedicato a San Ranieri, patrono della diocesi pisana alla quale Livorno ancora apparteneva. Sull'area del cimitero sorgeva anche la cappella di Sant'Omobono, che però fu demolita nel 1786. La facciata della chiesa, prima della guerra, era ornata dalle statue dei Santi Pietro e Paolo; pur senza il ripristino dell'apparato scultoreo, nel 2008 essa è stata oggetto di un restauro che l'ha riportata alla configurazione originaria. L'interno, costituito da un'aula rettangolare preceduta da un atrio, è stato restaurato dopo le devastazioni subite nel corso della seconda guerra mondiale, quando andarono completamente distrutti il soffitto ligneo intagliato, l'arredo e l'archivio Confraternita. Notevole l'altare maggiore, d'origine seicentesca, con una tavola, risalente al XIII secolo, raffigurante Santa Giulia. Da una porta laterale si accede quindi all'oratorio di San Ranieri, voluto da Cosimo III de' Medici. Il pregevole pavimento marmoreo conserva le sepolture di importanti famiglie livornesi, mentre le pareti e la volta di copertura sono completamente affrescate. Gli affreschi, risalenti al Settecento, si devono a Francesco Natali e Alessandro Gherardini; l'opera, che rappresenta episodi della vita di San Ranieri, è stata tuttavia pesantemente rimaneggiata a seguito degli eventi bellici e delle successive infiltrazioni, quando il tetto dell'oratorio fu privato del manto di copertura. Solo il 55% degli affreschi possono attribuirsi agli autori originari, mentre il resto è frutto del restauro avviato da Leone Lorenzetti sul finire degli anni cinquanta.

LIBERTA’ DEL PENSIERO
Le idee illuministe che alcune persone professavano venivano considerate dalla maggior parte delle autorità del tempo come rivoluzionarie e sovversive e per questo dovevano essere represse brutalmente. Queste idee divulgavano un modo di vedere il mondo e la società di allora, fortemente divisa in tre caste distinte, nobiltà, clero e borghesia minuta, in un modo completamente diverso mettendo al centro i diritti che ogni cittadino, e non suddito, doveva avere in quanto essere umano. Se questo reprimere in ogni modo la diffusione riusciva piuttosto bene nelle città dell’entroterra e nelle campagne, da sempre poco avvezze al cambiamento e poco frequentate dagli stranieri, questo riuscì difficile nella citta’ di Livorno. Il porto franco, che era stato voluto dai nobili per fini meramente speculativi, portava però anche ad una circolazione delle idee, oltre che delle merci, e a Livorno questo avvenne in maniera del del tutto eccezionale per il periodo storico. Marco Coltellini possedeva una grande stamperia a cui Cesare Beccaria si rivolse per il suo libro "Dei delitti e delle pene" stampato proprio a Livorno nel 1764. Stampa alla macchia ovvero l’arte di pubblicare i libri con indicazioni fasulle, come luogo di fabbricazione e data. Questa era una forma di pubblicazione clandestina diffusasi a livorno attorno al 1750. Ne esistono 2 forme diverse: nella prima, omettere nome dell’autore, provenienza e stampatore, e nella seconda falsificare le date e i luoghi di produzione. Questo perché questi libri erano considerati pericolosi perche’ contenevano idee che non potevano circolare. Nel 1743, 28 marzo, veniva chiesta solo una certificazione ecclesiastica ma il controllo era ormai solo delle autorita’ granducali. Erano anche alcuni nobili a pubblicare o aiutare nella pubblicazione. Certo non si trattava di una cultura di massa, ma soltanto una piccola elite di stampatori e editori motivati nel circolare queste idee innovative. La maggior parte del popolo erano ancora attaccati alle ideologie del passato e intrisi di religiosità e superstizione. Nel 1765 i viaggiatori descrivono la città dicendo che i negozianti delle nazioni hanno talmente ingrandito e riempito di scambi la città tanto da far cadere quelli di Genova diventando di giorno in giorno il miglior porto del mediterraneo. In quel periodo Livorno conta circa 40 mila abitanti molto concentrati entro la piccola ed affollata città. In piazzaGgrande è uno spettacolo vedere insieme turchi, cappuccini, arabi orientali e barnabiti.

IDEE ILLUMINISTE E APERTURE DI PIETRO LEOPOLDO
Intorno alla meta’ del ‘700 Livorno attraversa un periodo di rinascita economica grazie alle idee innovative dei Lorena. Proprio alla lettura del libri di illuministi tra i quali il Beccaria e il Muratori portarono il Granduca a emettere leggi che andavano contro gli interessi dei nobili latifondisti e della Chiesa. "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria fu stampato proprio a Livorno con data e luogo di stampa falso (alla macchia) perché illegale, poiche’ portava idee rivoluzionarie inquadrando i delitti e le successive punizioni in modo uguale per tutti, indipendentemente dal ceto sociale del reo e con la concezione di recuperare umanamente il condannato. Ai tempi infatti, nel compiere lo stesso reato, mentre un artigiano o altro cittadino comune veniva lasciato marcire per anni nelle galere granducali, un nobile veniva invece rinchiuso per un periodo di tempo nel proprio castello (oggi si direbbe ai domiciliari) e un ecclesiastico addirittura veniva giudicato dalla Chiesa stessa che spesso lo trasferiva per punirlo semplicemente in un’altra diocesi. Il "Della pubblica felicità", invece, è tra le principali opere dell'illuminista moderato e cattolico Ludovico Antonio Muratori, pubblicata nel 1749.
.jpg)
L'opera costituisce un autentico manuale di riformismo moderato, esempio di conciliazione fra Illuminismo e cattolicesimo. L'opera si inscrive in un contesto europeo che appariva relativamente pacifico: nel 1748 l'Europa aveva raggiunto un equilibrio piuttosto stabile, era quindi possibile organizzare serie riforme, che rendessero la società meno ingiusta. Punto di riferimento sono i sovrani illuminati, capaci di scegliere come oggetto della propria politica la felicità dei sudditi. Muratori distingue la ricerca della felicità individuale, che è tipico impulso umano e che nasce dalla natura ma che può trasformarsi in vizio, dalla felicità pubblica che è sempre positiva. Ne nasce un antimachiavellismo, un rifiuto fermo all’autonomia della politica dalla morale e dalla religione. Per Muratori gli intellettuali hanno il dovere di aiutare i Prìncipi illuminati coadiuvandoli nel sostituire il bene privato con la pubblica felicità. Muratori non proponeva altro che aggiustamenti, che rendessero meno insopportabile la miseria delle masse urbane e contadine. Particolare attenzione dedicava al settore della giustizia; già con i "Difetti della giurisprudenza", aveva proposto come soluzione razionale quella della codificazione delle leggi, come avevano scelto Vittorio Amedeo II e Federico II. Rimane implicita, nel concetto di Muratori di pubblica felicità, la saldatura tra il piano delle riforme e quello dell’etica, contro l’apologia del lusso fine a se stesso. Come forza motrice per l’economia degli Stati propone l’incontro fra politica illuminata, economia regolata in funzione del benessere collettivo e religiosità razionale. Sostenne quindi la liberazione delle merci da impacci doganali eccessivi, una politica fiscale distribuita più ampiamente sui sudditi nobili ed ecclesiastici e non gravante soltanto sui contadini. Andavano rimossi anche i vincoli alla commerciabilità della terra, come insegnava la legge toscana sui fidecommessi e le manimorte. La nobiltà, oltre alla politica, alla difesa e allo sviluppo della cultura, era invitata a partecipare alle attività economiche, investendo anche nei commerci. L’ideale di Muratori era una piccola e media proprietà, resa produttiva dal coltivatore diretto. L'appalto dei tributi e l’aumento del debito pubblico, potevano essere giustificabili in condizioni eccezionali, ma doveva essere impegno del prìncipe l’eliminazione di questo tipo di speculazione. In un’ottica di tardo mercantilismo, mostrava che la ricchezza era legata non alla quantità di oro e argento, quanto allo sviluppo delle attività produttive. Il manuale di Muratori ebbe una grandissima fortuna: fu accolto presso la corte sabauda, e fu letto anche da Maria Teresa e fu con questo manuale che furono iniziati alla politica illuminata i suoi figli, Giuseppe II e Pietro Leopoldo, i quali del resto avrebbero arricchito con altri e ben più complessi riferimenti questa prima proposta di rinnovamento ragionevole della società. Ma che cos’era la manomorta a cui facevano riferimento le leggi toscane? Per manomorta si intende storicamente il possesso inalienabile (cioè non trasmissibile ad altri) di una massa di beni solitamente fondiari (terreni). In origine si è trattato di un istituto giuridico di origine longobarda che prevedeva il divieto per vassalli e servi della gleba presenti all'interno del feudo di poter disporre liberamente dei propri beni a mezzo di testamento: da tale divieto si poteva essere esentati dietro pagamento di una tassa proporzionale al valore dei beni interessati da parte di chi si trovasse nel possesso dei beni stessi e fosse intenzionato ad alienarli a terzi. La tassa doveva essere ovviamente pagata al Dominus da cui il vassallo o contadino dipendeva. Nell'ambito della manomorta erano comunque previste vaste sacche di esenzione per masse fondiarie non assoggettate alle tasse di successione. Si ricomprendevano nell'intrasmissibilità a terzi anche i servi della gleba, i quali erano considerati oggetto di un vero e proprio diritto dominicale di proprietà da parte del feudatario. L'istituto giuridico in questione prevedeva inoltre il diritto del feudatario a succedere nell'eredità del vassallo morto senza eredi maschi per due motivi: in primo luogo per evitare che si potessero avere beni derelitti (ovvero privi di proprietario, abbandonati), in modo tale che gli stessi, una volta rientrati nel possesso del feudatario, potessero essere nuovamente da lui concessi in godimento ad un altro vassallo per lo sfruttamento; in secondo luogo perché altrimenti i beni in questione potevano diventare di proprietà di soggetti estranei (persone o enti) al feudatario, mettendo in serio rischio la sopravvivenza dello stesso feudo a causa del depauperamento del relativo patrimonio fondiario.

PRIVILEGI DELLA CHIESA
Nel basso medioevo, con il tramonto del sistema feudale e l'affrancamento dei servi della gleba, nasce la cosiddetta manomorta ecclesiastica: il passaggio nell'ordinamento civile dalla figura istituzionale del feudo a quella del comune o della signoria (a seconda dei casi e delle diverse contingenze storico-politiche) lascia evidenti tracce normative anche nell'ordinamento ecclesiastico, tra le quali il diritto dominicale perpetuo al fine di evitare la dispersione del patrimonio originario. Essa consisteva in una condizione giuridica di privilegio concernente l'insieme dei beni (in genere immobili) appartenenti ad un ente ecclesiastico i quali, non potendo essere trasmessi per successione ereditaria mortis causa a terzi, stante la continuità temporale del soggetto giuridico ecclesiastico per secoli o addirittura millenni, non potevano altresì essere assoggettati alle imposte di successione dello Stato in cui si trovavano. La manomorta ecclesiastica fu favorita nella sua formazione dalle donazioni private e pubbliche accumulate per secoli a partire dal medioevo (anche a mezzo di testamento), fino a formare patrimoni talmente ingenti che nel corso del XVIII secolo furono oggetto di contestazione da parte del potere politico per la loro non assoggettabilità ad imposizione fiscale.

INTRODUZIONE DELLA TASSA SULLA MANOMORTA
Per ovviare alle esigenze finanziarie dello Stato, data l'ampiezza dei patrimoni mobiliari ed immobiliari degli enti ecclesiastici non producevano introiti fiscali, in luogo dei proventi derivanti da tali imposte sulle alienazioni e sugli atti traslativi unilaterali, era istituita una imposta di manomorta alla quale erano assoggettati i beni fondiari degli enti ecclesiastici altrimenti esenti. Una problematica fondamentale che aveva portato all'adozione di tale forma di imposizione fiscale derivava dall'assoluta improduttività di buona parte dei beni fondiari di proprietà degli enti ecclesiastici, beni che spesso, sia per l'incapacità gestionale dei religiosi responsabili dell'ente, sia per la vastità del patrimonio da gestire, restavano improduttivi anche per secoli così da provocare danni incalcolabili all'economia degli Stati italiani preunitari. Il primo tipo di intervento normativo in materia si ebbe nel Regno delle Due Sicilie dove il primo ministro Bernardo Tanucci fece introdurre, tra il 1767 ed il 1776, nell'ambito di una più ampia riforma dei rapporti tra Stato ed enti ecclesiastici, diverse norme giuridiche per ridurre o eliminare tali privilegi feudali: in particolare furono introdotte tassazioni specifiche per colpire le donazioni e le successioni testamentarie che disponevano a favore degli enti ecclesiastici. Alla fine del Settecento, con la Rivoluzione Francese e la Campagna d'Italia con cui Napoleone prese il possesso della totalità degli Stati italiani preunitari, i governi liberali costituitisi disposero l'incamerazione dei beni degli enti ecclesiastici nel demanio pubblico. Il Regno di Sardegna introdusse l'imposta di manomorta (pari allo 0,90% del valore del bene assoggettato) durante il Governo di Cavour: tale istituto giuridico fu successivamente integrato nell'ordinamento del Regno d'Italia. Sia pure con funzioni molto ridotte a causa delle successive leggi eversive che avocarono a favore dello Stato italiano la maggior parte dei beni fondiari ed immobiliari della chiesa, l'imposta di manomorta rimase negli anni e fu soppressa solo con la legge 31 luglio 1954, n. 608, che ha appunto abolito l'imposta sulle rendite degli enti di manomorta. Non ci fu solo la manomorta a colpire gli immensi patrimoni ecclesiastici ma anzi ci fu una legge che incise ancor piu’ sul cambiamento della societa’ di allora e che farà andare via i monaci dall’isola di Gorgona, liberando così la poca terra coltivabile disponibile, e questo cambiera’ il destino delle famiglie che avranno così la possibilità di restare stabilmente a risiedere nell’isola per gli anni a venire, mutando con gli anni dal mestiere del pescatore a quello del contadino.

I BENI IMPRODUTTIVI DELLA CHIESA E L’ALLIVELLAZIONE
L’allivellazione (da libellum, il libretto che conteneva il testo del contratto) era una tipologia di patto agrario con il quale un concedente dava in godimento ad un’altra persona un appezzamento di terra, dietro il pagamento di un canone in denaro. Pietro Leopoldo si servì di questa tipologia di contratto agrario per realizzare la sua politica di miglioramento dell’agricoltura e di eversione dei vincoli feudali (in particolare la manomorta, che proteggeva le proprietà della Chiesa, ed i fidecommessi) che impedivano l’immissione sul mercato e la tassazione diretta della terra. In Toscana, infatti, la quasi totalità della terra coltivabile apparteneva ai demani statale e comunale, alla Corona, ai grandi proprietari laici, ai pii istituti di assistenza e, soprattutto, agli enti ecclesiastici, molti dei quali vennero soppressi ed i loro beni incamerati dallo Stato. Queste enormi risorse, tuttavia, non potevano essere adeguatamente sfruttate per la persistenza dei vincoli appena descritti. Per tentare di risolvere il problema il Granduca, con la legge del 2 marzo 1769, ampliò e rafforzò i provvedimenti emanati dalla Reggenza nel 1751, che regolavano l’abolizione dei fidecommessi e delle manimorte, mentre con il motuproprio del 23 marzo 1784 stabilì le modalità secondo le quali si doveva procedere all’allivellazione ed all’appoderamento delle terre svincolate disponibili. Il quarto granduca della dinastia lorenese, Leopoldo II, seguendo l’esempio del nonno Pietro Leopoldo, intensificò il frazionamento dei latifondi e le allivellazioni dando un primo e significativo impulso all’appoderamento in territori quali la Maremma settentrionale, dove, da secoli, si praticava la coltivazione cerealicola estensiva in grandi campi non recintati. Questo passaggio di terreni da una proprietà assenteista ad un nuovo ceto borghese di imprenditori agrari migliorò la produzione dei terreni allivellati. Quindi un’ importante tentativo di contrastare l’espansione della mezzadria fu effettuato da Pietro Leopoldo che, con la sua politica di allivellazioni, che interessò gli immensi beni fondiari della Chiesa e del Demanio, tentò di favorire la formazione di un più esteso ceto di proprietari terrieri ottenendo, però, scarsi risultati.
.jpg)
STATI DEL MAR LIGURE E IL MAR TIRRENO NEL ‘700
Per ben comprendere in che situazione si trovasse ai tempi il mar Tirreno e le coste al tempo del viaggio di Pasquale, ovvero nel 1764, bisogna fare una piccola premessa storica perché in quel ristretto spazio di mare, si affacciavano addirittura 4 Nazioni diverse: la Repubblica di Genova, con annessa la Capraia sotto governatorato di Bastia, il Regno di Francia con la Corsica appena acquistata, il Granducato di Toscana con il "rampante" porto di Livorno e l’isola di Gorgona, il Principato di Piombino con il golfo di Baratti e l’isola d’Elba

LE ROTTE MARINE E I LORO TEMPI DI PERCORRENZA
Naturalmente con la navigazione a vela non si poteva andare dovunque e in ogni stagione, cosi’ come possiamo fare oggi con la propulsione a motore. Le rotte erano ormai conosciute da secoli e tenevano conto dei venti e dei periodi in cui era meno probabile trovare delle tempeste. La Gorgona si trovava sul tragitto di due rotte principali del Mar Tirreno dell’epoca:
1 - da Bastia a Livorno (63 miglia), per discendere lungo la costa tirrenica,
fino in Maremma (Elba, Follonica, Scarlino, Grosseto, Montalto,
Corneto di Maremma) 85, a Roma, Terracina e a Napoli;
2 - da Genova a Capraia (88 miglia), alla Corsica (Girolata, S. Fiorenzo,
Algaiola, Calvi, Ajaccio, Portovecchio, Bonifacio), Livorno, Maremma
(Piombino), Sardegna;
Non sempre i viaggi erano diretti: abbiamo casi in cui si segue la rotta
Genova-Livorno-Bastia ed altri in cui si segue la rotta Genova-Corsica-Capraia.
Non abbiamo dati precisi sui tempi di percorrenza delle varie rotte, ma si può ipotizzare che la velocità delle barche fosse di 4-5 miglia all’ora, durante la navigazione a remi per raggiungere le 8-10 miglia con navigazione a vela. Questo voleva dire che, con il bel tempo, in un solo giorno si andava da Bastia a Genova e il giorno dopo si tornava a Bastia passando per Livorno. Di solito, per motivi di sicurezza si cercava di viaggiare in più barche vicine. La prima rotta era sicuramente percorsa dai pescatori napoletani e poi anche dai padroni che trasportavano le merci da e per il Regno di Borbone, che con tutta probabilità avvenivano tramite la comunità napoletana di Livorno, da dove le merci partivano e arrivavano. La seconda era percorsa dai Camoglini. I pescatori rappresentavano per i pochissimi contadini delle isole l’unico mezzo di contatto con il mondo esterno, l’unico modo per comprare o vendere il necessario per vivere, barattando qualcosa che poi i pescatori avrebbero rivenduto in altri porti.

META’ DEL ‘700: LA SCOPERTA DELLA PESCA ALLE PALAMITE
Pasquale doveva essere un ottimo pescatore e per questo riuscì per primo, insieme a Francesco Moretti, bombardiere dell’isola e probabilmente parente del castellano, a inventare e praticare un tipo di pesca quasi miracolosa che si faceva in Cala Scirocco. Forse avevano incominciato a farla insieme, come vecchi amici. Probabilmente Pasquale non aveva fatto altro che utilizzare un tipo di pesca che si faceva nel golfo di Napoli e l’aveva adattata alle condizioni dell’isola di Gorgona dove i pescatori non la conoscevano. Era una pesca periodica che si faceva sotto tiro dai primi di maggio alla fine di settembre. Per avere però la possibilita’ di pescare aveva dovuto ingraziarsi un Moretti perché altrimenti non gli sarebbe mai stata concessa, a lui straniero, una giornata di pesca visto che la decisione spettava al castellano, e che in quel periodo storico non c’erano ancora le agevolazioni successivamente introdotte per incentivare il numero dei pescatori, quasi tutti genovesi o napoletani. Tutto questo successe anni prima del cambio del castellano, possiamo ipotizzare intorno alla meta’ del ‘700 e quindi quando Pasquale, da solo e senza famiglia, ritornava durante l’inverno alla sua isola d’Ischia. Naturalmente a Francesco Moretti ne andavano due, proprio come la legge stabiliva. Ma a Pasquale, abituato alle continue liti con gli altri pescatori per cercare spazi di mare dove poter pescare, questo dovette sembrare una manna dal cielo. Il metodo di pesca che aveva messo a punto era molto redditizia e, a differenza delle altre, presentava pochissimi pericoli. Pasquale aveva scoperto alla Gorgona un vero tesoro.

DESCRIZIONE DEL METODO DI PESCA ALLE PALAMITE
Le palamite, cosa strana, andavano spontaneamente a morire soltanto in Cala Scirocco e in nessun altro posto nell’intera isola. All’interno della cala c’era una piccola insenatura formata da due prolungamenti di scoglio naturale, l’estremità delle quali erano distanti l’una dall’altra poco meno di 200 braccia all’incirca. Alla punta della prominenza scogliosa di ponente si metteva un canapo a cui si agganciava una rete, la quale quindi vien calata in mare per la lunghezza di circa 100 braccia in direzione della punta della prominenza scogliosa che si trova dalla parte opposta a levante. Proprio da levante entra il pesce, che costeggiando la terra quando sta per uscire dalla parte opposta, si trova intrappolato nella rete, e preso.

Qualunque imbarcazione può fare questo tipo di pesca, purché sia abbastanza capiente da contenere una rete, detta volgarmente palamitara e due uomini, uno che dava il tempo osservando il pesce nell’acqua e l’altro che calava o salpava la rete. Sembra incredibile ma il pesce pescato era moltissimo, anche se tale pesca poteva essere fatta solo da maggio alla fine di agosto. Pasquale continuò negli anni a praticarla e la insegnò anche al giovane figlio Antonio. La pesca era redditizia e faceva gola a molti altri pescatori, che però avrebbero dovuto avere l’autorizzazione da parte del castellano per poterla praticare e, dato che piu’ di una barca non poteva concorrere per ragioni di spazio, non era possibile a meno che qualche posto non si liberasse.

1762: IL NUOVO CASTELLANO GIO’ PAGLI
Nel 1762 muore Pietro Moretti, ultimo castellano della famiglia. Al suo posto, resosi così vacante, e ormai da secoli affidato praticamente come titolo ereditario, subentrò il tenente Giovanni Pagli, mentre gli appaltatori generali deliberarono di conferire al signor Domenico Bartelloni l’impiego di Ministro del Sale e Sopraintendente alla Pesca delle acciughe nell’isola di Gorgona.
1767: LA GRANDE ALLUVIONE
Il 18 novembre 1767 sulla Gorgona si scatenò uno spaventoso temporale. Le cronache dicono che fu così terribile che non ce n’era mai stata memoria d’uomo prima. Cadde grandine e pioggia in modo così furioso ed abbondante che si allagò e si guastò ogni cosa. La violenza delle acque correnti abbatté i muri di 10 magazzini e danneggiò lo Scalo Maestro e tutte quante le altre costruzioni. Molte persone riuscirono a salvarsi a stento, ma il bombardiere Francesco Moretti non fece a tempo e fu ritrovato morto affogato sotto le macerie della propria casa. Francesco Moretti fu l’ultimo a portare questo cognome sull’isola di Gorgona. Il violento nubifragio cambiò la storia dell’isola dando il colpo di grazia ai Certosini e creando un vuoto nelle giornate assegnate i cui diritti erano ormai acquisiti sulla pesca alle palamite.

PADRON FRANCESCO GAFFORIO
Il posto di Francesco Moretti nel turno in Cala Scirocco fu affidato ad un certo padrone camoglino di nome Francesco Gafforio, con il quale cominciarono subito le liti. Anche a lui fu affidata una sola giornata poiché straniero. Il Gafforio si era probabilmente ingraziato in qualche modo il nuovo castellano che per questo gli affidò il turno del Moretti. E' facile intuire questo perché, guarda caso, egli aveva in affitto un leuto con il quale trasportava le merci alla truppa di stanza sull’isola. Possedeva inoltre un gozzo, ovvero un piccolo bastimento, con il quale effettuava la pesca alle palamite. Come padrone aveva sotto di se due soli marinai che, insieme a lui, erano sufficienti per svolgere i due compiti. Anche lui doveva essere un pover’uomo al quale sembro’ di aver vinto un terno al lotto nel vedersi affidata una giornata in quella pesca cosi’ fruttuosa e priva di pericoli. Proprio per questo, proprio come fece a suo tempo Pasquale, decise di trasferirsi sull’isola con tutta la famiglia.

1768: CORSICA FRANCESE E CAPRAIA SOTTO IL GOVERNATORE DI BASTIA
L’isola di Capraia, posta al centro del Tirreno settentrionale tra la Corsica e la costa della Toscana, ha gravitato dal XV al XVIII secolo nell’orbita di Genova, prima tramite la signoria della famiglia De Mari, poi del Banco di S. Giorgio, ed infine come possedimento diretto della Repubblica facendo parte del « Regno di Corsica et Isola di Capraia », sotto il comando del Governatore di Corsica, residente a Bastia, che la governava tramite un Commissario. Ad un certo punto in Corsica i moti di rivolta indipendentista sfociano in una vera e propria guerra che Genova tenta di reprimere con l’invio di un esercito. Nel 1734 la Repubblica di Genova decreta una"stretta serrata", cioè il blocco totale a mezzo navale dell’isola di Corsica. Capraia rimane fedele alla Repubblica di Genova non partecipando ai moti indipendentisti e diventa anche rifugio dei Bastiesi che fuggono dalla guerra e che vi prendono dimora stabile. Quando per i Genovesi la situazione in Corsica volge al peggio, anche la fedeltà capraiese vacilla. All’inizio del 1767 Pasquale Paoli concepisce e realizza un piano per impossessarsi di Capraia che viene infatti occupata nel maggio di quell’anno dopo un lungo assedio al forte dell’isola. Con il trattato di Versailles del 15 maggio 1768 Genova cede vendendola definitivamente la Corsica alla Francia, mantenendo per sé la sola isola di Capraia.

1769: ELISABETTA D’AMBRA
Il 21 Giugno del 1769 nasce alla Gorgona Elisabetta, la prima D’Ambra nata in Toscana. Pasquale ha tutta la famiglia finalmente riunita sull’isola e insieme a lui ci sono il fratellino Gennaro, la moglie ……. e i figli Antonio, Nunzio e ora la neonata Elisabetta. Gennaro era partito presumibilmente da solo da Ischia imbarcato intorno ai 9 anni come marinaio di qualche equipaggio e anche lui aveva raggiunto Livorno dove era entrato a far parte del popolo di San Jacopo.
(?) Niccola (Daniello)
/ \
1755 Gennaro (?) Pasquale
/ | \
1760 Antonio (?) Nunzio 1769 M. Elisabetta
Gennaro viene citato come fratello di Antonio dagli scritti del castellano, ma dai documenti dei sacramenti sembra essere fratello di Pasquale e quindi zio di Antonio o addirittura nipote di Pasquale e quindi, cugino di Antonio.
1777: I CERTOSINI VENDONO E SE NE VANNO DEFINITIVAMENTE
Ottenuta la licenza a vendere da Roma nel 1769, i Certosini abbandonarono questa volta definitivamente l’isola il 17 marzo 1777. Mantenevano in proprietà soltanto i 32 locali adibiti a magazzini e vendevano tutto quanto il resto al Granduca incassando in compenso 34 azioni di 100 scudi ognuna sul Monte di Pietà di Firenze, da ritenersi fruttifere a partire dal 1 aprile del medesimo anno. Finalmente, dopo aver tanto manovrato nell’oscurità, e aver lasciato per questo mano libera alle angherie dei castellani e delle sue guardie, il Granduca era finalmente riuscito a raggiungere il suo scopo, cominciato dai Medici in modo illegittimo proprio con l’instaurare un presidio sul terreno della Certosa nel lontano 1424 e col farsi concedere l’Alto Dominio della stessa pun non avendone il possesso materiale per mezzo di 2 Papi, Leone X e Clemente VII, che avevano fatto gli interessi della famiglia.
IL GRANDUCA EMANA LE NUOVE LEGGI
Trascorsi appena 6 giorni dalla stipulazione del contratto, il Granduca passò ad elencare i criteri secondo i quali intendeva governare la Gorgona, che vengono riportati integralmente data la loro importanza storica. Volendo S.A.R, il nostro Sovrano, facilitare e promuovere la Popolazione e l’Agricoltura nell’isola della Gorgona, dopo l’acquisto da Esso fatto di tutte le Fabbriche, Magazzini e terreni, che erano di pertinenza del Monastero della Certosa di Pisa, ha con la presente Legge data li 24 Marzo 1777, prescritto quanto segue:
I – Che a tutti quelli che anderanno a stabilirsi nella Gorgona saranno accordati in vendita, o a Livello, a ad altre discrete condizioni i Magazzini, e i terreni coltivati in quell’Isola.
II – Che i terreni sodi, ed incolti saranno concessi gratuitamente ed in proprietà a piccole porzioni a tutti coloro che vi si stabiliranno.
III – Che gli Abitanti della Gorgona saranno esenti dalla Gabella delle Doti e dei Contratti, che faranno tra loro dei beni situati nell’Isola.
IV – Che chi si stabilira’ nella Gorgona non potra’ essere molestato ne’ personalmente, ne’ realmente pei debiti contratti da quattro mesi indietro con Forestieri non Sudditi ne’ abitanti in Toscana.
V – Che a tutti i Domiciliati nell’Isola, com’anche ai Venturieri, resta accordato il Sale di Portoferraio al prezzo di Lire dieci per ogni Mille Libbre, coll’obbligo per altro ai pescatori tanto domiciliati che venturi eri, di portare a Livorno tutte le Acciughe che avranno salate.
VI – Che i detti pescatori saranno liberi da qualunque contribuzione solida da darsi al Comandante dell’Isola, e a qualunque altro con proibizione agli impiegati, cosi’ Militari come Civili, ed economici, non solo di pretendere, ma neppure di accettare qualsiasi quantità d’acciughe, o d’altro pesce, o qualsiasi altra Mancia o regalo da Pescatori o da altri, ancorché venisse spontaneamente offerto, alla pena della perdita dell’Impiego.
VII – Resta abolita La Tassa de i Tendali, e vien concesso ai Pescatori, il comodo di cuocere il Pane nei forni del Militare senza veruna contribuzione.
VIII – Chiunque potra’ nell’Isola tenere Caldaie da tinger Reti, senza veruna privativa.
IX – I pescatori stabiliti nella Gorgona pagheranno solamente per Stallaggio dovuto alla Dogana di Livorno soldi sei per ciaschedun Bariglione, e soldi due per ciaschedun Bariletto di Acciughe; ma i Pescatori venturi eri e non stanziati in quell’Isola pagheranno lo stallaggio solito pagarsi in avanti, come anche i Domiciliati, e Stanziati saranno esenti dal pagamento dell’Ancoraggio delle loro Barche a differenza de i venturi eri, che pagheranno il solito.
X – Quelli che andranno a vendere il Vino ai Pescatori pagheranno solamente il solito Ancoraggio per i loro Bastimenti, e saranno esenti da ogni altro aggravio, o contribuzione al Comandante, o a chiunque altro.
XI – Chi vorra’ andare a stabilirsi nell’Isola per profittare dei Vantaggi stabiliti da questa Legge potra’ indirizzare la Sua domanda all’Amministratore Generale Niccolò Siminetti, che resta incaricato di riceverla, e renderne conto a S.A.R.
XII – Finalmente tutti quelli, che anderanno a stabilirsi nell’Isola di Gorgona, goderanno Special Protezione della R.A.S,. particolarmente per avere La Loro maggior quiete, e sicurezza.
Leggendo queste regole si intuisce che Pietro Leopoldo è covinto di riuscire dove gli altri avevano sempre clamorosamente fallito e quindi di risolvere gli eterni problemi che avevano sempre afflitto l’isola. In particolare si riproponeva, tramite queste agevolazioni, il ripopolamento e la messa a cultura dell’isola da parte di nuovi coloni agricoltori e delle loro famiglie e, soprattutto, lo sfruttamento massimo della vera unica risorsa locale, e cioé la pesca, richiamando e volendo far diventare sudditi quei pescatori venturieri delle altre Nazioni (Genovesi e Napoletani) che rappresentavano la quasi totalità dei pescatori dell’isola. Intanto, come prima cosa, l’amministrazione Granducale aveva pensato bene di nominare sull’isola un castellano esperto e capace.

IL CAPITANO D’ARCO FERRARI
Il capitano D'Arco Ferrari prese il titolo di Castellano o Comandante della Gorgona nell’estate del 1777. Era un uomo colto, che sapeva scrivere forbitamente e aveva viaggiato molto a causa del suo mestiere in nazioni straniere fuori del Granducato e, addirittura, fuori dall’Italia. In particolare aveva passato molti anni in Germania e per questo era felice di essere appena ritornato in Toscana, anche se relegato in una piccola isoletta dell’arcipelago, dove avrebbe potuto comportarsi come un monarca assoluto, proprio come avevano fatto prima di lui tutti i suoi predecessori che avevano occupato la sua stessa carica. In quel tempo il castellano risiedeva stabilmente alla Torre Nuova. L’isola di Gorgona non era certo un posto ambitissimo per uno del suo rango sociale, ma era stato mandato lì proprio perché. in quel periodo storico, i funzionari granducali davano un’importanza strategica notevolissima a tutta quell’area di mare. Alla faccenda si era addirittura interessata Sua Altezza Reale in prima persona, ovvero il Principe "filosofo" Pietro Leopoldo, per fare in modo che le cose andassero in un certo modo. Era stato direttamente incaricato da un’alta personalità fiorentina, il marchese ….. di stilare un resoconto di appunti e di proprie opinioni, proprio per aiutare il Granduca a capire se le numerose agevolazioni introdotte con le sue leggi tese ad incentivare le persone a stabilirsi permanentemente sull'isola stessero funzionando. Sapevano di scegliere la persona giusta in quanto egli amava scrivere di ogni cosa stesse osservando, ed infatti gran parte della nostra ricostruzione storica è frutto della lettura dei suoi manoscritti. Era infatti pensiero della corte fiorentina di potenziare la pesca delle acciughe che, al momento, era addirittura la più importante in tutto il mondo per quel tipo di pesce e che fruttava molto danaro con il suo indotto fatto di dazi, affitto di magazzini, vendita del sale e dei barilotti per contenere il pesce e tutto quanto vi girava intorno. Era proprio la gola che faceva quel danaro il motivo per cui il Granduca stesso aveva mosso le sue carte per fare in modo che i frati abbandonassero l’isola, aiutato in questo anche dai cambiamenti politici che in quel periodo stavano accadendo in tutte le corti che, grazie anche alle idee illuministe emergenti, volevano limitare l’immenso potere e patrimonio, sfruttato malamente, che la Chiesa possedeva un po’ ovunque con i suoi latifondi. Aveva una grande esperienza come soldato ma era rude di modi e di carattere e forse proprio per questo, non era la persona piu’ adatta a trattare direttamente con i pescatori. Ci voleva una persona calma e riflessiva perché quei pescatori, anche se molto piu’ ignoranti di lui, erano abili ad usare anche gli stiletti, e questo lui lo sapeva perché spesso allo Scalo Maestro, dove smerciavano il vino e l’acquavite, doveva mandare delle sue truppe per calmare le liti che scaturivano tra ubriachi. Senza considerare che ogni singolo leudo, e qualche famiglia di padroni di barca ne possedeva più di uno, contando le persone a bordo più i familiari a casa, aveva piu’ persone di quanti fossero tutti quanti i suoi soldati. L’unica cosa su cui poteva contare era l’odio e i risentimenti che alcuni padroni avevano tra loro e che lui stesso, col suo comportamento, aveva contribuito ad aumentare. Lo sapeva benissimo che l'inesperienza a trattare con i pescatori lo aveva portato a sbagliare con loro, cercando di risolvere le cose con le maniere forti, ma con il suo carattere cocciuto e scorbutico non l’avrebbe di certo ammesso. Tantopiu’ che, indipendentemente da chi avesse ragione, lui apparteneva ad un rango sociale che gli impediva di prendere in considerazione l’ipotesi per la quale esistono motivi plausibili perché un popolano possa mettere in discussione la parola di un aristocratico. Era vestito come i nobili di allora, incipriato e probabilmente imparruccato. Aveva una divisa fatta con una giacca con i merletti, delle culotte e delle belle scarpe in cuoio, fatte su misura. Era, insomma, per farla breve, vestito come un nobile. I tempi stavano però cambiando e, infatti, soltanto 10 anni dopo, in Francia, cominciava l’evento che avrebbe cambiato radicalmente il mondo fino ad allora conosciuto.
Questa data segnerà il definitivo distacco tra gli abiti del passato e quelli a cui noi siamo abituati oggi. A quell’epoca chi lavorava, non portava la culotte, ossia i pantaloncini al ginocchio che caratterizzavano le vesti della nobiltà, ma indossava pantaloni lunghi e giacca corta. Infatti, la prima legge approvata dall’Assemblea Costituente riguarderà proprio il modo di vestire. La legge abolirà le Disposizioni Suntuarie, vecchie di secoli, che limitavano l’uso di tessuti o mode per le categorie sociali che non entravano nella sfera aristocratica, e dichiarerà che ogni cittadino potrà vestire come meglio ritiene. I rivoluzionari rifiutarono comunque di indossare capi d’abbigliamento che ricordassero l’odiata aristocrazia. Via le parrucche incipriate, via i gioielli preziosi e i pizzi. L’uso del pantalone diventò la bandiera dei rivoluzionari che lo identificarono, assieme al berretto frigio, con la loro libertà e dignità e con la fine della schiavitù. Chi si vestiva in tal modo era chiamato sans-culotte, sanculotto. Questo tipo di abbigliamento venne ovviamente avversato da tutte le monarchie d’Europa che si affrettarono a reprimerlo con multe o pubblici tagli di pantaloni lunghi. Passata la bufera rivoluzionaria, l’indumento rimase, diventando l’uniforme della nuova classe emergente, la borghesia. Secondo la sua idea, che era però il pensiero comune degli aristocratici di allora, quei "poveracci" andavano puniti a prescindere dalle ragioni che potevano aver scatenato quel gesto. E dovevano essere puniti anche in modo esemplare per gli altri. Si era ritrovato suo malgrado ad affrontare una grana di cui non aveva colpa, ma che probabilmente aveva gestito male. Appena nominato castellano dovette intervenire più volte per placare le furibonde liti che si scatenavano tra alcune fazioni di pescatori. Il motivo erano i turni in Cala Scirocco per la pesca delle palamite. Era una pesca a cui volevano partecipare in tanti e, i suoi recenti predecessori avevano allargato di molto il numero dei turnisti, che erano ormai ben in 18, e tra questi c’era Antonio D’Ambra, il figlio di Pasquale, che ne aveva preso il posto, ed il camoglino Franceso Gafforio.

Il viso di donna della Gorgona visto dalla costa
Visibile facilmente dal Calambrone con l’aspetto di un bel viso di donna sdraiato, l'isola di Gorgona, anticamente chiamata Marmorica, si trova nel Mar Ligure di fronte a Livorno, a 37 km dalla costa. Lunga 3 chilometri e larga circa 2, con i suoi 220 ettari è la più piccola dell'Arcipelago Toscano. Lungo la costa ci sono suggestive insenature e baie come la Costa dei Gabbiani o la Cala Scirocco dove si apre la Grotta del Bue Marino, a quei tempi rifugio di foche monache, ora però non più visitabili a causa delle restrizioni del Parco. Nell’isola, verso ponente, la costa cade a picco nel mare, mentre a levante degrada formando tre valli terminanti con piccole cale (Cala Maestra, Cala Marcona, Cala Scirocco). L’isola ha una terra arida ed era stata pericolosa fino ad allora per le razzie dei turchi alle quali le due fortezze costruite negli anni da Pisani e Fiorentini nulla potevano. Nella chiesa di San Gorgonio, ricostruita e consacrata al priore della Certosa di Calci nel 1723 e quindi divenuta parrocchia fortificata, i pescatori del tempo, naturalmente nei periodi in cui erano presenti, andavano con la famiglia alla messa. Ciò che e’ rimasto pressoche’ intatto nel corso dei secoli e’ il il suo centro civile ovvero il paese degli antichi pescatori, oggi in abbandono se non per la "scandalosa" trasformazione delle abitazioni storiche degli antichi pescatori, in comode case da adibire ai lavoratori del carcere. Il paese degli antichi pescatori venne costruito proprio in questo periodo davanti allo scalo naturale della marina che fungeva da porto. Qui andranno a risiedere dei D’Ambra mentre un’altra parte risiedera’ a Livorno, oppure con due residenze, magari una delle quali assegnata per la moglie, forse per un periodo dell’anno ciascuna. Insieme a loro, naturalmente, gli altri pescatori amici di famiglia quali i Brinati, i Quercioli, i Berlinghi, gli Schiaffino e i Dodoli. Nel giro di pochi anni Antonio, Nunzio cresceranno e troveranno moglie facendo tutti moltissimi figli. Il 7 luglio 1779 Gennaro (di Nicola) si sposa a 24 anni a Livorno con Maria Speranza mentre in quel periodo e’ residente in Darsena a Livorno.
.jpg)
Nel 1781 nasce la prima figlia di Gennaro. Il fatto che una parte dei D’Ambra risiedesse alla Gorgona e una parte a Livorno è giustificabile proprio nel fatto che chi viveva nel porto faceva gli interessi anche dell’altra parte della famiglia stringendo legami e affari per i trasporti e per la vendita del pescato nel porto di Livorno e dei trasporti verso la Gorgona. Inoltre, alcune leggi di allora dell’isola di Gorgona, davano più giornate di pesca per i padroni residenti rispetto agli altri. Anche i figli di Gennaro andranno successivamente tutti a prendere residenza stabile sull’isola di Gorgona. Nell’isola Antonio e Nunzio e il cugino Gennaro crescono e diventano abbastanza grandi per andare ad aiutare il padre Pasquale e i parenti nella pesca. Nel 1782 Antonio (di Pasquale) all’eta’ di 22 anni , residente contemporaneamente alla Gorgona e a Livorno in Venezia Nuova si sposa a Livorno con Maddalena Teresa Cementano (detta anche o Celentano o Cerretano) nativa del Regno di Napoli e residente anche lei in Venezia Nuova. Antonio, che nei documenti risulta indicato come Padron Antonio, si trasferira’ di nuovo alla Gorgona dove nasceranno tutti i suoi figli. Nunzio, nel frattempo si era sposato con Camilla Risecchi anche lei nativa del Regno di Napoli. I D’Ambra risiederanno alla Gorgona spostandosi spesso a Livorno e faranno moltissimi figli.
Sull’isola ci saranno nello stesso periodo:
1730 circa PASQUALE
/ | \
1755 Gennaro 1760 ANTONIO Nunzio 1769 M. Elisabetta Angelo(?)
(figlio di Nicola) | | |
|
1781 M.Natalizia 1783Giovanni Pietro 1793 Luigi Pasquale ?
1783 Antonio 1785 Eufemia 1795 M.Luisa
1786 Lorenzo 1786Vincenza 1796 M.Teresa
1789 Gasparo 1788 Angelo Nic 1798 Marco
1792Alessandra 1790 Nicola Lor. 1799 M.Domenica
1794 M.Elisabetta 1794 M.Lucia
1796 Vincenzo
1797 Lucia
1799 M.Assunta
1801 Francesco
1804 M.Angiola
1807 Agostino
1810 Saverio
Ricordatevi di Lorenzo (figlio di Gennaro) e di Agostino (di Pasquale) biscugini che ritroveremo piu’ avanti nella storia. Sicuramente oltre a questi ci sono altri D’Ambra che non abbiamo trovato con le ricerche. Per esempio credo che ci fosse un altro fratello di Antonio e Nunzio nato probabilmente in Gorgona di nome Angelo Antonio che fa da testimone al battesimo del 17 marzo 1788 in Gorgona di Angelo Niccolao figlio di Angelo di Pasquale. In questo primo periodo toscano e’ evidente lo stretto rapporto economico-commerciale, che i D’Ambra stabiliscono con la folta comunita’ napoletana (intesa come Regno di Napoli) residente a Livorno e anche e soprattutto il legame lavorativo e di amicizia reciproca con alcune famiglie di pescatori livornesi e di Camogli. Probabilmente le famiglie che descriveremo adesso facevano parte dell’equipaggio delle barche di Pasquale e di Antonio D’Ambra e successivamente, dei loro figli.

Anno 1764, gli amici pescatori di Pasquale che resteranno nel tempo: i Brinati, i Quercioli, i Berlinghi, gli Schiaffino e i Dodoli
Siamo alla fine del ‘700 e in quel periodo parecchi pescatori livornesi vanno ad abitare alla Gorgona insieme ai D’Ambra. Sebastiano Brinati, per esempio andrà a vivere in Gorgona e sposera’ Vincenza D’Ambra, nata il 1786 che campera’ ben 85 anni e morira’ alla Gorgona dove vivra’ anche il figlio Luigi Brinati. In particolare e soprattutto importante per la genealogia degli ultimi discendenti gorgonesi, e’ lo stretto legame che si stabilisce subito e successivamente tra i figli tra Pasquale e Antonio D’Ambra e tra Gaetano Dodoli che poi sposera’ proprio una D’Ambra e rimarra’ per sempre alla Gorgona con i loro figli 1818 Amadio Nicola, 1820 Petronio, 1822 Angelo Michele Amadio,1825 Gorgonio, 1826 Luigi Angelo Orlando, 1829 Niccola (Agostino farà da padrino al suo battesimo e la tomba è nel cimitero di Gorgona), 1831 Maria (Rosa fara’ da madrina), 1833 Carolina Fortunata. In questi primi anni Toscani, comunque i figli di Pasquale sceglieranno ancora delle mogli che, come loro, sono immigrate bambine dal Regno di Napoli. I D’Ambra erano allora ancora completamente intrisi della loro cultura ischitana che li portava a vestirsi e a parlare ancora un’altra lingua nonostante alcuni di loro fossero cresciuti senza neanche ricordare niente di quell’isola perche’ partiti troppo piccoli. Era quindi naturale che cercassero mogli che avessero le stesse tradizioni.

Il paese degli antichi pescatori di Gorgona
Nel paese dei vecchi pescatori si svolge la gran parte della nostra storia ed e’ qui che abitarono in una di queste case i pescatori "Napoletani" del clan dei D’Ambra, i "Granducali" Brinati, Quercioli, Berlinghi e Dodoli, i "Genovesi" Schiaffino e, piu’ tardi gli Olivari, ovvero coloro che furono i veri antichi pescatori della Gorgona e che hanno contribuito a costruire il paese stesso. Le case di allora non avevano molte esigenze in quanto erano in pratica delle semplici stanze fatte di calce e legno. Il paese era situato proprio davanti alla marina, per i pescatori era un luogo di attracco naturale per caricare e scaricare le merci e il pescato, vendere la merce ai contadini del posto e riposare, ovvero era una specie di "caravanserraglio" sulla rotta che portava da Livorno alla Capraia e a Bastia.

La firma di Antonio al matrimonio del figlio Angelo
Purtroppo, però, Antonio e Maddalena ebbero a subire subito dopo il matrimonio una triste realta’, infatti il loro primo figlio Giovanni Pietro nacque, o piu’ facilmente divento’ a causa di una malattia che allora neppure si conosceva, sordomuto. Ricordo che a tutt’oggi l’ipoacusia (diminuzione dell’udito) colpisce circa il 10% dei bambini. Tra i virus sicuramente responsabili della sordità ricordiamo quelli della rosolia, del morbillo, della parotite, dell’influenza, dell’herpes e il cytomegalovirus. Quando la rosolia, banale malattia esantematica, viene contratta dalla gestante nei primi tre mesi di gravidanza, è causa di sordità profonda, cataratta congenita, danni cardiaci e basso peso alla nascita. L'insieme di queste patologie prende il nome di sindrome di Gregg. Il virus della rosolia è in grado di passare il filtro placentare: più precoce è l’infezione materna rispetto all’età gestazionale, maggiori sono i danni fetali. Ai tempi la colpa della malattia sara’ stata data sicuramente al castigo di Dio inflitto ai due "poveretti" rei di aver infranto qualche regola religiosa e per questo, aver attirato su di loro le ire del Signore. Certo e’ che per quei tempi, questo fu per loro un grave problema poiche’ Giovanni Pietro non poteva vivere senza l’aiuto dei genitori e, per il futuro, senza l’aiuto di almeno uno dei fratelli. Comunque, nonostante questa disgrazia, la coppia fece ben 13 figli battezzati o nel duomo di Livorno o alla Gorgona:
- Giovanpietro, battezzato a Livorno il 14 settembre 1783 e padrino fu Lorenzo Curati (pag. 136)
- Eufemia Petronilla, battezzata a Livorno il 19 maggio 1785 e padrino fu Andrea Berlinghi (pag. 475)
- Maria Vincenza, 1786
- Angelo Niccolao, battezzato a Gorgonia il 17 marzo 1788 e compare fu Angelo D’Ambra
- Nicola Lorenzo, battezzato nel duomo di Livorno il 4 giugno 1790 (pag 58)
- Maria Lucia Fortunata, battezzata a Livorno il 10 maggio 1794 (pag. 87)
- Vincenzo, 1796
- Maria Lucia Gennara, battezzata a Livorno il 10 maggio 1794 (pag. 77)
- Francesco, battezzato a Livorno nel 1801 (pag. 391)
- M. Angiola Rosa, battezzata a Livorno nel 1804 (pag. 284)
- Agostino, battezzato a Livorno il 10 maggio 1807 (pag. 496)
- Xaverio, , battezzato alla Gorgona il 7 marzo 1810, padrini Prospero Schiaffino e Annunziata D’Ambra

Primi anni dell'800: arrivano gli Olivari
Un giorno del 1820 una forte scossa di terremoto porta danni materiali su tutto il litorale Ligure e Toscano con danni cospiqui ai caseggiati e alle chiese. Nel 1821 Napoleone Bonaparte muore. Come gia’ detto in precedenza, a causa delle distruzioni che l’invasione napoleonica porta nella Repubblica di Genova, anche un’altra famiglia di pescatori proveniente dalla vicina Genova (esattamente da Ruta frazione di Camogli) si trasferisce piu’ o meno nello stesso periodo alla Gorgona. Può essere che siano fuggiti dalle distruzioni e le conseguenze sul commercio che la guerra napoleonica aveva portato con la distruzione della Repubblica di Genova come testimonia la quasi completa distruzione dell’antichissima chiesa di S. Maria a Ruta dove si erano rifugiate delle truppe francesi in ritirata e dove fu battezzata Rosa Olivari. Quello degli Olivari era uno storico clan che fin dai primi del settecento pescava e commerciava da Genova Camogli lungo Capraia-Corsica fino al golfo dell’asinara in Sardegna per conto di committenti della Repubblica di Genova e buona parte di loro erano padroni di barca già a quei tempi. Gli Olivari prima di trasferirvisi stabilmente, andavano alla Gorgona per pescare, partendo da Genova cosi’ come hanno sempre fatto per secoli molti pescatori genovesi. Ecco qui un resoconto piu’ moderno ma che ben ci rende l’idea di quanto storico fosse il legame tra i pescatori camogliesi e la Gorgona facendoci rivivere sprazzi di vita della famiglia Olivari.

La pesca alla Gorgona partendo da Camogli
Con quei due leudi il padre di Giamba, Mario, partecipava alla pesca delle acciughe alla Gorgona, ed è stato l’ultimo a praticarla a Camogli, dopo di lui non ci è andato più nessuno. Questa campagna di pesca ha origini molto antiche, si praticava già nel 1700 e pare che sia nata dalla necessità di reperire grandi quantità di quel pesce azzurro che per qualche misterioso motivo scarseggiava nel nostro golfo. L’equipaggio veniva scelto nel giorni precedenti sotto l’edicola della Madonna che si trova sulla calata del porto e spesso si imbarcavano anche contadini, che cercavano di sopperire ad una magra stagione, e qualche volta anche dei ragazzini, che a quella scuola imparavano un mestiere, ma anche la durezza della vita. La partenza avveniva durante la notte della seconda domenica di Maggio, festa di San Fortunato, patrono dei pescatori e le barche tornavano alla metà di Agosto, quando cominciavano le burrasche estive. Gli uomini arrivavano alla spicciolata, con i loro fagotti sotto il braccio, alle volte accompagnati da una sposa che voleva dare un ultimo saluto prima di quella lunga lontananza. Le provviste erano già state imbarcate nei giorni precedenti e consistevano in cibi non deperibili, come legumi secchi, pesce e carne salata, l’immancabile galletta , cibo del marinaio, insieme a fichi secchi e limoni della vallata per evitare il pericolo di malattie come lo scorbuto. Venivano portati anche dei vasetti di quagliata, un derivato del latte, conservata nel sale, ingrediente indispensabile per poter fare un po’ di pesto con il basilico che veniva acquistato a Livorno. Poco dopo la partenza c’era la prima calata di reti, a Punta Chiappa, e le alici venivano sbarcate a Lerici, poi a forza di vela e remi gli uomini raggiungevano la Gorgona. Le acciughe della barca di Mario venivano salate direttamente a bordo, appena pescate, utilizzando sale e barili che venivano portati da casa e poi vendute a Livorno ad un commerciante inglese che tornava ogni anno per le acciughe di Padron Mario, ma i soldi arrivavano dall’Inghilterra solo a Settembre e alla fine della stagione il ricavato netto poteva ammontare a 200 o 300 lire. Al ritorno comunque i pescatori riuscivano a ricavare qualcosa dalla loro pesca, anche se non si arricchivano di certo. Una metà del ricavato andava al padrone a l’altra metà ai pescatori, diviso in base all’età e all’esperienza e una parte andava alla chiesa. Da un registro conservato nell’archivio dell’Oratorio dei SS Prospero e Caterina di Camogli, datato 1742, risulta che in quell’anno i pescatori della Gorgona fecero una donazione totale, tra pesce salato e denaro, di 300 lire. Finita la stagione in Toscana le due barche pescavano nel familiare Golfo Paradiso, a ridosso del Monte di Portofino e se tirava lo scirocco si dirigevano verso Nervi poi, al ritorno, spedivano il pescato a Genova con il treno. Ma da un certo punto, verso la fine degli anni ’30, le barche sono state vendute così Giamba ha trascorso la sua vita tra le reti, pescando in proprio prima e dedicandosi anche alla tonnara e alla mugginara.

L’incontro d'amore
I genitori di Rosa si chiamavano Silvestro Olivari e Maria Felugo e la figlia è di un’anno più giovane di Agostino. I due si innamorano ma, nel 1827, cioe’ quando Agostino ha 20 anni, la famiglia Olivari si trasferisce a Livorno, nel territorio del restaurato Granducato di Toscana. Rosa, a Livorno, trovo’ lavoro come filatrice. Il lavoro consisteva nel filare la lana di pecora cioe’ trasformare la lana in un filo. A quei tempi non essendo ancora entrata la meccanizzazione in Italia, la filatura veniva praticata con la "roca" e il fuso. La lana prima veniva cardata, cioe’ pulita e resa voluminosa, con lo "scardosso" (un tavolo di legno da cui fuoriescono lunghi chiodi di ferro). La lana ormai voluminosa veniva resa filante con le mani e con l’ausilio di un bastone che formava la matassa. La lana filata veniva poi raccolta in matasse, lavata in acqua calda, quindi usata per fare calze, maglioni, magli e scialli.

Anno 1816/1817
L’Italia intera è colpita da un’epidemia di tifo, l’ultima su scala così generalizzata.
Anno 1829: il matrimonio
A 23 anni Agostino è abbastanza grande per farsi una famiglia e suo padre si reca a Livorno per chiedere la mano della bella Rosa all’amico Silvestro. In effetti non possiamo essere sicuri che non fosse un matrimonio di interesse visto che le famiglie avevano tra loro anche rapporti di lavoro. Il matrimonio avviene nella chiesa di San Sebastiano a Livorno, vicino al porto mediceo dove i pescatori in generale e anche i genitori di Rosa risiedevano. Correva l’anno 1829 quando Agostino e Rosa fecero giuramento di fedeltà proprio sotto gli occhi della statua di San Sebastiano, opera del Cinquecento fiorentino. Probabilmente in quel tempo la Chiesa era sottoposta a restauri per il forte terremoto che causò molti danni. Il loro ricordo viene tramandato da un'epigrafe marmorea che si trova anche oggi sopra la porta centrale d'ingresso, all'esterno. In occasione di questi restauri il pittore Luigi Quirici ritoccò malamente gli affreschi del soffitto eseguiti dai fratelli Grandi, in sostituzione di quelli danneggiati che erano stati eseguiti dai fratelli Ghirlanda.

Vita sull'isola di Gorgona
I due innamorati vanno ad abitare alla Gorgona dove costruirono, con l’aiuto dei parenti, una loro casetta. Rosa ufficialmente mantiene la residenza a Livorno ed Agostino in Gorgona. Questo serviva per avere delle agevolazioni nella pesca e questa era una cosa diffusa tra i pescatori che probabilmente vivevano una parte dell’anno anche nella vicina Livorno. Agostino stava in mare per alcuni giorni insieme ai pescatori del suo equipaggio e agli altri equipaggi. Commerciava e vendeva il pescato nei porti di Livorno, Capraia e Bastia. Era fortunato e felice, perché aveva la salute e la gioventù dalla sua, una casetta, una propria barca e una famiglia e questo per quei tempi, era già moltissimo. Rosa, invece, anche se a Livorno faceva la filatrice è ben a conoscenza della vita che l’aspetta quale moglie di pescatore in quanto proveniva da una famiglia che per secoli aveva fatto del mare la sua fonte di reddito. Mentre i mariti erano in mare per giorni e talvolta settimane, le mogli dei pescatori che vivevano sulle isole, erano dedite al lavoro nei piccoli campi coltivati per lo piu’ a vite per il gustoso vino bianco che si prodiceva e a ortaggi che, insieme al pesce portato dai mariti, costituiva la base del cibo. Naturalmente anche il pane veniva fatto in casa con la farina comprata o barattata dai mariti nei porti. Accudivano i bambini e pregavano ogni volta insieme alle altre mogli affinche’ i mariti potessero tornare sani e salvi. I pescatori delle isole tirreniche erano particolarmente devoti a sant’Antonio da Padova e poi alle varie Madonne dei vari santuari nelle vicinanze delle citta’ portuali come, per esempio, la Madonna di Montenero nei pressi di Livorno.

I figli di Agostino e Rosa nati alla Gorgona
Un pò per amore, un pò perché fa freddo, un pò perché non si conoscevano sistemi anticoncezionali, fatto sta che come era normale per allora la coppia, dal 1830 fino al 1842 mette al mondo ben 8 figli, di cui alla primogenita da’ il nome nel ricordo della madre forse da poco defunta:
M. Maddalena, al cui battesimo il 14 ottobre 1830 fanno da padrino e madrina Saverio D’Ambra e Lucia Dodoli
M. Clorinda, al cui battesimo il 14 ottobre 1830 fanno da padrino e madrina Saverio D’Ambra e Lucia Dodoli (la bimba morira’ prima dei 5 anni)
Maria Antonia, al cui battesimo il 18 novembre 1831 fanno da padrino e madrina Francesco Ulivari e Assunta Dodoli
Caterina, al cui battesimo il 11 ottobre 1833 fanno da padrino e madrina Giovanni Ulivari e Caterina Ulivari
Domenico, al cui battesimo il 1 gennaio 1836 fanno da padrino e madrina Domenico Ambrosiani di Procida e M. Maddalena Ulivari
Maddalena, al cui battesimo il 26 marzo 1838 fanno da padrino e madrina Matteo Citti e Maddalena D’Ambra
Filomena, al cui battesimo il 21 febbraio 1840 fanno da padrino e madrina Pietro Dodoli e Maddalena Ulivari
Angelo, al cui battesimo il 12 maggio 1842 fanno da padrino e madrina Francesco Olivari e Maria D’Ambra ( Angelo si sposera’ in San Gorgone il 9 maggio 1868 con Frascati Elvira di anni 28, figlia di Diego Frascati e di Dodoli Lucia)

Pochi anni prima del 1840: Diego Frascati e Matteo Citti, i precursori degli attuali ultimi abitanti dell'isola di Gorgona
In questo periodo, ovvero un po' prima della meta’ dell’ottocento, incontriamo per la prima volta un’altra famiglia che in futuro rimarrà a lungo sull’isola, i Frascati. Da quanto ci risulta dai documenti, al matrimonio della propria figlia, Diego fa il pescatore di professione e sposerà Lucia Dodoli e verranno sepolti entrambi nel cimitero della Gorgona. Non è escluso che il giovane Frascati fosse imbarcato come parte dell’equipaggio di Agostino e qui conoscendo i Dodoli che da tempo stavano con i D’Ambra, abbia poi sposato una delle loro figlie. Successivamente, la giovane Elvira Frascati, sposera’ Angelo D’Ambra, figlio di Agostino e pescatore anche lui, andando a vivere per un certo periodo alla Gorgona. Da Lugliano, in provincia di Lucca, intanto, nello stesso periodo, giunse un altro giovane bracciante, che fece subito amicizia con Agostino e. gli altri, il suo nome era Matteo Citti. Apparterra’ alla famiglia che più a lungo di tutte resterà presente con i suoi discendenti alla Gorgona. Non é dato di sapere se il giovane Matteo fosse un bracciante agricolo o uno che aiutava a scaricare nei porti. Anche lui sposerà una D’Ambra, Assunta, anche lei bracciante e si stabilirà per sempre alla Gorgona. Avrà due figli: nel 1840 Agostino Vincenzo di cui faranno da padrino e madrina proprio Agostino D’Ambra e sua moglie Rosa Olivari, e Filomena in cui saranno padrini Dodoli Petronio e Dodoli Maria. E' da notare che Matteo Citti era per quel periodo un immigrato "straniero" in quanto il Ducato di Lucca da dove egli proviene non faceva ancora parte del Granducato. Ne entrerà a far parte solo nel 1847.
.jpg)
Da queste due figli nascerà il ceppo dei Citti, da cui discendono oggi gli ultimi abitanti gorgonesi: la famiglia Brindisi (dalla bisnonna Graziosa Citti e la nonna Amelia Citti, sposata Brindisi); la famiglia Favillini (Eugenio Favillini ha sposato Ada Citti, nipote di Ida Citti, sorella di Amelia, figlia di Graziosa Citti); la famiglia Canevari (Angelo Canevari è figlio di Irma Citti, sposata Canevari, figlia di uno degli otto fratelli nati nella successione di Matteo Citti); poi i Brozzi, figli di Agostina Citti, sposata Brozzi; gli Aureli, successori di Fortunato Citti, un ceppo cugino dei Citti successori di Matteo, imparentatesi con guardie penitenziarie da cui prendono l'attuale cognome; i De Batte, figli di Ersilia Citti, sposata De Batte; i successori di Iolanda Citti e tutte le altre connessioni parentali ancora esistenti sull'isola.

il moletto (2009)